IL PROFUMO DELL’ATTESA.

Qualche giorno fa ho pensato di ripulire i vasi del balcone di casa, c’erano diverse erbe spontanee e con l’occasione ho comprato della terra fresca e dei semi da piantare.

Fare giardinaggio è una di quelle attività che mi mette quiete. Sarà il sole, il cinguettio degli uccelli, il tepore primaverile, tutto mi fa sentire in pace, a casa.

Ho deposto i semi con cura quasi come a seguire un rituale che mi ha regalato un inatteso senso di serenità che mi sono accorta mancare in questo periodo piuttosto frenetico. Ogni mattina, il rito si ripete: l’acqua fresca che penetra la terra scura, nutrendo il potenziale nascosto. Ed è in questo semplice gesto che si insinua un’emozione duplice, un sussurro che mi riporta indietro nel tempo.

C’è la gioia sottile dell’attesa. È la stessa trepidazione che provavo da bambina la notte prima di un’occasione speciale.

Ma c’è anche, inevitabilmente, l’ombra fugace dell’impazienza. Quella vocina interiore, eco lontana dei capricci infantili, che vorrebbe accelerare il tempo, spiare sotto la terra per assicurarsi che l’attesa non sia vana.

Riconosco quella sensazione. È la stessa che vedevo negli occhi curiosi di mio figlio quando piantava i suoi primi fagioli magici, scrutando il vaso ogni ora, deluso dalla lentezza del germoglio. È la nostra parte bambina, quella che fatica a comprendere i ritmi lenti e misteriosi della natura, quella che anela al risultato immediato, alla gratificazione istantanea.

E qui in questo piccolo angolo verde del mio quotidiano, trovo la metafora di un’altra pratica, che come un seme richiede cura e pazienza: la meditazione. Ogni giorno mi siedo, chiudo gli occhi e porto l’attenzione al respiro e nutro la mente proprio come l’acqua nutre i semi. Inizialmente, nulla accade. La mente può sembrare ancora agitata, i pensieri danzano come polvere nel sole. Ma in quell’atto costante di “annaffiare” la mia interiorità, di riportare gentilmente l’attenzione al presente, sto nutrendo la quiete, sto ripulendo lo spazio interiore lasciando andare via tutto quello che non mi serve.

Non vedo subito i risultati, proprio come non vedo il germoglio il giorno dopo aver piantato il seme. Ma so, intimamente, che questo prendersi cura, questa dedizione silenziosa, sta costruendo qualcosa di prezioso. Sta radicando la serenità, sta preparando il terreno per una fioritura più grande.

Quante volte, nella frenesia delle nostre vite, vorremmo vedere subito i frutti dei nostri sforzi? Desideriamo risposte immediate, soluzioni rapide, la fioritura istantanea dei nostri progetti e dei nostri desideri. Ma la natura ci insegna una lezione fondamentale: la crescita è un processo graduale, un movimento lento e inesorabile che non può essere forzato. Tentare di accelerare i tempi, di “tirare” la piantina per farla crescere più velocemente, rischia solo di compromettere il suo sviluppo, di spezzare la sua vitalità.

Così è anche per la nostra pace interiore. Non possiamo pretendere di raggiungere la serenità con uno sforzo improvviso e violento. Richiede costanza, gentilezza verso noi, la capacità di nutrire la nostra interiorità giorno dopo giorno, accettando i tempi lenti e misteriosi della trasformazione.

Guardando i miei vasi, so che arriverà il giorno in cui timidi germogli faranno capolino dalla terra. Sarà una piccola gioia, un segno tangibile della mia cura e della pazienza. Ma la vera magia risiede in questo momento presente, nell’atto di annaffiare con fiducia, sapendo che anche se nulla è ancora visibile, la vita sta silenziosamente compiendo il suo corso.

Siamo capaci di nutrire e aspettare? Quanto sei disposta a fidarti del processo?

Che cosa stai coltivando in questo momento nella tua vita? (Progetti, relazioni, aspetti di te che stai cercando di sviluppare).

Come ti senti di fronte all’attesa dei risultati? Riconosci in te quella parte “bambina” impaziente?

In quali momenti della tua vita hai sperimentato la bellezza e la saggezza di un processo lento e graduale? Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?

Quali piccoli gesti quotidiani compi per “annaffiare” la tua serenità interiore?

Il cervello…del cuore!

Il cervello non è differente rispetto agli altri organi, spesso tendiamo a mitizzare questo organo che in realtà funziona esattamente come gli altri e questo in natura è evidente infatti i rettili non hanno un cervello sviluppato come il nostro e vivono senza problemi.

La prima volta che la parola cervello compare nella nostra storia fu all’epoca degli egizi (3000 a.C), su un papiro casualmente acquistato e tradotto da un archeologo che trovò un geroglifico che stava ad indicare proprio la parola “cervello” descritto come sostanza gelatinosa molle che fuoriusciva dai crani danneggiati di alcuni lavoratori.

Gli Egizi non danno grande importanza al cervello infatti durante la mummificazione  estraggono dal naso il cervello e lasciano il cuore poiché ritenevano che l’anima e la mente fosse all’interno del cuore.

Lo stesso concetto viene ripreso da Aristotele con la sua visione cardiocentrica, il cervello quindi negli anni passati non ha assunto quella nobiltà d’organo che in qualche modo si pensa che abbia sempre avuto.

Sono passati parecchi anni prima che si pensasse che il cervello racchiudesse quelle che definiamo le funzioni superiori e oggi?

Oggi le neuroscienze ci confermano il concetto che gli antichi ci hanno tramandato e cioè che il centro direzionale della nostra vita non è né la corteccia cerebrale e né i lobi frontali che sono la parte più evoluta ma è un centro neurologico situato nel cuore: 40000 neuroni che svolgono una funzione simile a quella di un’orchestra.

Questo vuol dire che se il cuore, i neuroni del cuore e in generale la struttura cardiaca guida la mente umana e il corpo umano allora si sviluppa al nostro interno COERENZA.

L’essere umano attraversa dunque varie tappe dello sviluppo del sistema nervoso.

La prima tappa è caratterizzata dal momento in cui è guidato dal sistema emozionale e quindi dall’amigdala (sistema di risposta automatica, stimolo-risposta).

Seconda tappa o livello è caratterizzata dalla corteccia che sviluppandosi comincia a modulare l’amigdala ma spesso l’amigdala prende il sopravvento e torna a reagire meccanicamente.

La terza tappa è quella in cui i lobi frontali prendono il sopravvento sulla nostra neurologia e quindi controllano le reazioni meccaniche dell’amigdala. Questo è il punto d’arrivo dell’uomo civilizzato, che non tutti comunque raggiungono perché spesso ancora molti sono preda di emozioni che ancora non controllano.

Le neuroscienze oggi ci dicono che questa terza tappa ancora non corrisponde ad uno stadio di ESSERE UMANO completo. Non è ancora uno stadio di pieno sviluppo.

Per poter raggiungere il pieno sviluppo è necessario raggiungere una quarta tappa in cui il cuore dirige la personalità, la corteccia ha il compito di eseguire e coordinare e infine le emozioni saranno modulate dal pensiero.

Nei primi due stadi o tappe abbiamo continuamente conflitti e sofferenze, nel terzo stadio i conflitti iniziano ad essere risolti da una forza che li direziona verso l’alto per scioglierli, ma soltanto nel quarto stadio abbiamo la coerenza interiore.

Ecco che nel momento in cui siamo diretti dal centro del cuore riusciremo ad uscire dai nostri conflitti interni e esterni.

HeartMath Institute-Usare il cervello del cuore (Annie Marquier)

Foto di
Sarah Pflug di
Burst

Il cervello sociale

La scienza e la filosofia occidentali hanno da sempre considerato l’individuo pensante come isolato e non inserito in una comunità.

Gli scienziati così come i fisici non sono certo riconosciuti in generale come modelli particolarmente socievoli ed empatici.

Dalla storia recente arriva però una tragica testimonianza di quanto questa teoria sia poco fondata. Per rispondere alla diffusione delle malattie infettive e a causa dell’elevato numero di decessi negli orfanotrofi, i medici cercarono di proteggere i bambini separandoli e ordinando di ridurre al minimo i contatti fisici.

I bambini tuttavia continuavano a morire ad un ritmo allarmante.

La percentuale di sopravvivenza non migliorò fino a quando non ci si rese conto che il contatto era necessario, che i bambini non solo dovevano essere curati medicalmente ma anche affettivamente.

I bambini sopravvivevano se venivano presi in braccio, cullati e venivano messi in condizioni da interagire. Le persone e i neuroni soffrono e muoiono senza interazioni stimolanti.

Nei neuroni questo processo viene chiamato apoptosi, negli esseri umani viene chiamato depressione, angoscia e suicidio.

Per comprendere il cervello, dobbiamo conoscere il cervello sano che vive immerso in una comunità di altri cervelli: le relazioni sono il nostro habitat naturale.

Bibliografia

John Bowlby “La teoria dell’attaccamento”

Louis Cozolino “Il cervello sociale”