“Mio Figlio Non Mi Ascolta”: Come Trasformare la Relazione Genitore-Figlio

Quando i Figli Non Ascoltano: Il Lamento dei Genitori

“Mio figlio non mi ascolta mai!”

Quante volte ho sentito questa frase nei miei colloqui con i genitori. Segue sempre un lungo elenco di lamentele:

  • “Non studia”
  • “Non rispetta le regole”
  • “È sempre attaccato al telefono”
  • “Non mi racconta nulla della sua vita”
  • “Sembra che mi eviti”

La frustrazione è palpabile, reale, comprensibile. Essere genitori è il mestiere più difficile del mondo, quello per cui nessuno ci dà un manuale e per cui non esistono corsi di formazione obbligatori. Eppure, dietro ogni lamentela si nasconde una dinamica che raramente guardiamo davvero in faccia.

L’Esperimento Mentale: Come Reagiresti Tu alla Critica Costante?

Fermati un momento e prova questo esperimento mentale: immagina che qualcuno ti critichi costantemente. Ti dice che non fai mai nulla per bene, che potresti impegnarti di più, che sei deludente, che non soddisfi le sue aspettative. Questa persona ti fa notare ogni tuo errore, ti ricorda quanto ha fatto per te, quanto si è sacrificata.

Ora rispondi onestamente: come ti predisporresti a questa relazione?

Avresti voglia di aprire il cuore a questa persona? Di condividere i tuoi segreti, le tue paure, i tuoi sogni? Ti sentiresti compreso e accettato, oppure sulla difensiva e giudicato?

La risposta è ovvia, eppure spesso non la applichiamo al rapporto con i nostri figli.

Il Pensiero Tossico: “Mio Figlio Mi Deve Qualcosa”

Uno dei pensieri più tossici nella genitorialità è questo: “Mio figlio mi deve qualcosa.”

Ci ripetiamo che abbiamo fatto sacrifici, che abbiamo rinunciato a cose per loro, che meritiamo la loro gratitudine e il loro rispetto. Ma questa è una trappola emotiva pericolosa.

La Verità Scomoda: I Figli Non Ci Devono Nulla

I nostri figli non ci devono nulla. Non hanno scelto di nascere, non hanno firmato un contratto in cui si impegnavano a essere sempre grati per ogni nostra rinuncia. Sono venuti al mondo senza il nostro permesso, e il nostro ruolo è amarli incondizionatamente, non presentare loro il conto delle nostre fatiche.

Quando partiamo dal presupposto che ci devono qualcosa, ogni loro comportamento che non corrisponde alle nostre aspettative diventa un tradimento, un’ingratitudine. E da qui nasce la critica, il rimprovero, il giudizio.

La Critica: Il Veleno della Relazione Genitore-Figlio

La critica è il veleno più sottile che possiamo iniettare in una relazione. Non è educativa, non insegna, non migliora. Crea solo sofferenza, sensi di colpa e distanza emotiva.

Criticare la Persona vs Criticare il Comportamento

Quando critichiamo un figlio, non stiamo educando il comportamento: stiamo attaccando la persona. La differenza è abissale:

  • ❌ “Sei sempre disordinato” ≠ ✅ “La tua stanza è disordinata”
  • ❌ “Non capisci mai niente” ≠ ✅ “Questo concetto è difficile da comprendere”

L’Impatto Psicologico della Critica sui Bambini

Le critiche che riceve un bambino si radicano nella sua psiche come verità assolute su chi è. Non sono opinioni temporanee su quello che fa, ma giudizi permanenti su quello che vale. E questi giudizi li porterà con sé per tutta la vita, sussurrandogli all’orecchio che:

  • Non è abbastanza
  • Non va bene
  • Deve guadagnarsi l’amore

Esercizio di Consapevolezza Genitoriale: Torna al Tuo Bambino Interiore

Ecco un esercizio potente che può trasformare radicalmente il tuo approccio genitoriale:

Parte 1: Ricorda la Critica

Siediti in un posto tranquillo e torna indietro nel tempo. Torna a quando eri bambino o adolescente.

Ricorda un momento specifico in cui un tuo genitore ti ha criticato aspramente. Non importa se le sue ragioni erano giuste o sbagliate. Concentrati solo su come ti sei sentito in quel momento.

Domande di riflessione:

  • Che sensazioni avevi nel corpo?
  • Cosa provava il tuo cuore?
  • Che pensieri ti passavano per la testa?
  • Avevi voglia di avvicinarti a quel genitore o di allontanarti?
  • Ti sentivi compreso o giudicato?
  • Quella critica ti ha davvero aiutato a migliorare o ti ha solo fatto sentire inadeguato?

Parte 2: Ricorda l’Accettazione

Ora ricorda un momento in cui ti sei sentito davvero visto, accettato e amato da un genitore, anche se non eri perfetto.

Domande di riflessione:

  • Come cambiava la tua disposizione verso quella persona?
  • Quanto più facilmente ti aprivi e condividevi?
  • Come influenzava il tuo comportamento sentirti accettato?

Questo esercizio non è solo un viaggio nostalgico. È un ponte di empatia tra te genitore e te figlio. È il modo più diretto per capire cosa prova tuo figlio quando lo critichi.

Il Segreto per una Relazione Genitoriale Trasformata

Qui sta il segreto che può trasformare la tua relazione familiare: smetti di criticare e vedrai apparire un figlio che non sapevi di avere.

Non è magia, è neurobiologia.

Cosa Succede nel Cervello Quando Elimini la Critica

Quando elimini la critica costante, il sistema nervoso di tuo figlio smette di essere sempre in modalità difensiva. Il cervello può finalmente rilassarsi e mostrare la sua vera natura, invece di essere sempre in allerta per il prossimo attacco.

I bambini e i ragazzi sono naturalmente inclini a:

  • Connessione
  • Condivisione
  • Collaborazione

Ma tutto questo si blocca quando si sentono giudicati e non accettati. È come se la critica costruisse un muro invisibile tra voi, un muro che cresce mattone dopo mattone, critica dopo critica.

Come Comunicare Efficacemente con i Figli: Il Coraggio del Cambiamento

Cambiare il nostro modo di relazionarci con i figli richiede coraggio:

  • Il coraggio di mettere in discussione i metodi che abbiamo ricevuto
  • Di ammettere che forse stiamo sbagliando qualcosa
  • Di essere vulnerabili invece che autoritari

Ma il premio è immenso: una relazione autentica, basata sulla fiducia invece che sulla paura, sull’amore invece che sul controllo.

Cosa Hanno Davvero Bisogno i Tuoi Figli

I tuoi figli non hanno bisogno di un genitore perfetto. Hanno bisogno di un genitore che:

  • Li veda davvero
  • Li accetti profondamente
  • Li ami incondizionatamente

Hanno bisogno di sapere che il tuo amore per loro non dipende dalle loro prestazioni, dai loro voti, dal loro comportamento.

Strategia Pratica: Il Prossimo Passo

La prossima volta che senti salire la critica:

  1. Fermati
  2. Respira
  3. Ricorda come ti sentivi tu quando eri dall’altra parte
  4. Scegli un approccio diverso

Non è facile, ma è possibile. E quando vedrai tuo figlio fiorire in un ambiente di accettazione invece che di giudizio, capirai che questa è stata una delle scelte più importanti della tua vita di genitore.

L’Amore Incondizionato Come Base Educativa

Perché ogni bambino merita di crescere sapendo di essere amato per quello che è, non per quello che fa. E ogni genitore merita di sperimentare la gioia di una relazione libera dal peso del giudizio.


Vuoi migliorare la comunicazione con tuo figlio? Lascia un commento e condividi la tua esperienza. Costruire relazioni genitoriali autentiche è un percorso che facciamo insieme.

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IL VALORE DELL’ATTESA

Dicembre, il mese delle luci scintillanti, dei profumi di cannella e zenzero, delle strade addobbate a festa. Per me, dicembre è sempre stato un mese magico, fin da quando ero bambina. Ricordo l’attesa febbrile del Natale, un’attesa fatta di lavoretti a scuola, poesie imparate a memoria, letterine piene di speranze e biglietti glitterati per i miei genitori. Canti, recite, l’aria vibrante di aspettativa… forse è per questo che la notte di Natale arrivavo con la febbre alta! L’emozione era tanta che il mio piccolo corpo faticava a contenerla.

E adesso? Da adulti, come viviamo l’attesa? Le nostre giornate sono spesso una corsa contro il tempo da un impegno all’altro, da un pensiero all’altro, da un’urgenza all’altra (ormai anche definire un’urgenza è diventato difficile). Attendere ci sembra una perdita di tempo. Sembra quasi che ogni spazio “vuoto” debba essere riempito per rispondere all’esigenza di efficienza. Ma se ci fermiamo a riflettere, quanto tempo della nostra vita trascorriamo nell’attesa? Nell’attesa di tempi migliori, nell’attesa di risposte, di incontrare la persona giusta, di un colpo di fortuna, nell’attesa che arrivi finalmente il tuo momento, nell’attesa di un figlio (il mio secondo figlio nacque il 21 dicembre e l’ho atteso proprio come un regalo di natale). Ogni attesa, grande o piccola che sia, ci mette in contatto con un piccolo vuoto e con una qualità di silenzio.

A volte, per evitare quello spazio vuoto, tendiamo a riempirlo, o addirittura a prevenirlo. Eppure quel vuoto ha spesso un significato fisiologico. Nella musica esistono le pause senza le quali si perdono ritmo e armonia. Dopo ogni richiesta c’è una pausa indispensabile per sentire il bisogno e definire noi stessi dal mondo esterno. Stare nella mancanza ci definisce e ci rende consapevoli di essere in grado di sopravvivere anche nella mancanza e ci rende creativi per trovare risorse utili al superamento delle difficoltà.

Allora, la domanda che possiamo porci è: che cosa incontriamo lì, in quello spazio dell’attesa? Cosa mettiamo dentro quel tempo? Mettiamo le nostre aspettative, i nostri progetti, i nostri desideri, ma anche il timore di rimanere delusi. L’attesa è un crocevia di emozioni, un momento in cui le nostre speranze e le nostre paure si mescolano.

A proposito di desideri: è facile incontrarli, i nostri desideri più autentici? In questi giorni in cui i bambini preparano le letterine a Babbo Natale, anche noi potremmo fare questo esercizio. Cosa chiederebbe il bambino, la bambina che è dentro di noi? Cosa aspetta?

Fermarsi, respirare e ascoltare. Questo mese di dicembre, mentre le luci brillano e l’atmosfera si fa più intima, proviamo a riscoprire la magia dell’attesa. Non come un’interruzione, ma come un’opportunità. Un’opportunità per riconnetterci con noi stessi, con i nostri desideri più profondi, e con la bellezza del momento presente.

Qual è l’attesa più significativa che stai vivendo in questo momento? E cosa ti sta insegnando?

Foto di Photo By: Kaboompics.com: https://www.pexels.com/it-it/foto/natale-scatole-sfondo-albero-di-natale-5469807/

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L’eco ancestrale di essere abbastanza.

In una società che incessantemente ci spinge verso l’alto, alimentando un senso di perenne insoddisfazione, il sentire di essere abbastanza é una vera e propria conquista, una faticosa risalita verso la superficie. 

Sembra che non importi a nessuno quanto corri, quanto ti impegni, quanto raggiungi: c’é sempre una voce pronta a ricordarti che non sei abbastanza brava, non sei abbastanza efficiente, non sei abbastanza realizzata.

E poi accade che un mattino come tanti, ti svegli con la luce del sole che filtra dalle finestre chiuse, senti le risate dei figli che scherzano dalla loro camera, respiri profondamente e senti che qualcosa si scioglie. Ti senti felice, soddisfatta, in pace. 

In quell’attimo sospeso, realizzi che non hai bisogno di altro anche se hai la sensazione che una parte di te si senta in colpa.

E se questo bastasse? E se, semplicemente, fossi già abbastanza?  Il peso di quell’incessante “devo fare di più” ha iniziato a sciogliersi, lasciando spazio a una dolce consapevolezza.

Hai mai notato come una sola parola possa ridefinire la tua realtà? “Abbastanza” non è una limitazione, anzi. È la serena accettazione che c’è esattamente ciò di cui hai bisogno, qui e ora. Abbastanza tempo per ciò che conta veramente. Abbastanza risorse per vivere con dignità. Abbastanza amore da donare e ricevere. Abbastanza spazio per respirare.

E quando ti sorprendi a stringere troppo forte le redini dei tuoi impegni, delle tue aspettative, del tuo bisogno di controllo, fermati e sussurra a te stessa: “Basta così”. E senti le tensioni allentarsi.

Ciò che amo profondamente del “basta” è il suo eco ancestrale, il suo legame con il femminile sacro. 

Nelle culture indigene, infatti, spesso erano le donne a sancire il limite, a dichiarare quando era “basta” con la caccia, con lo sfruttamento della terra, con i conflitti. Sapevano riconoscere la fine di un ciclo, la saggezza insita nel lasciare andare, nel dire: “È abbastanza. Non serve altro”.

E la magia più sorprendente? Nel preciso istante in cui credi con tutta te stessa che c’è abbastanza, un’ondata di abbondanza inizia a fluire nella tua vita. La natura stessa risponde all’energia della sufficienza, non a quella della scarsità. È come se l’universo, sentendo la tua fiducia, si aprisse a mostrarti le infinite risorse già presenti.

Ecco un esercizio che puoi fare.

La prossima volta che senti quella morsa del “non abbastanza” – che sia tempo, energia, denaro – fermati un istante. Porta la mano al cuore e ripeti con convinzione: “E’ abbastanza. Ho abbastanza. Sono abbastanza”.

Osservate cosa accade nel vostro corpo. Dove sentite questa affermazione risuonare? Cosa si apre? Quali nuove possibilità iniziano a intravedersi? 

Le neuroscienze ci confermano che il nostro cervello è un instancabile cercatore di conferme. Se credi nella scarsità, troverai prove ovunque. Ma quando scegli di credere nella sufficienza, ecco che l’abbondanza, che era lì da sempre, inizia a manifestarsi nella tua percezione.

La verità, amica mia, è che il nostro strumento più potente non risiede nella fare incessantemente o nella fretta affannosa, ma nella capacità di riposare nella consapevolezza che ciò di cui hai veramente bisogno è già in cammino verso di te.

C’è abbastanza tempo per ciò che conta.

C’è abbastanza amore intorno a te.

C’è abbastanza successo per ognuna di noi, senza bisogno di sgomitare.

E soprattutto sei abbastanza per affrontare questo preciso momento, con tutte le tue risorse uniche e preziose.

Cosa cambierebbe nella tua vita se ci credessi davvero? Ascolta il canto del tuo “basta”, perché in quel suono delicato risiede una forza immensa, la forza di essere pienamente, meravigliosamente te stessa.

MI MANCA COME STAVO CON LUI.

“Mi manca come era stare con lui!”

“Mi manca come ero io quando stavo insieme a lui, come mi faceva sentire, come stavamo bene insieme.”

Quando una storia finisce ti senti come se un pezzo di te ti fosse stato strappato via, lasciando un vuoto difficile da colmare. Vai avanti, certo, la vita ci spinge a farlo e siamo programmati per andare avanti. Trovi la forza, a modo tuo, di affrontare le giornate, di riprendere in mano i fili interrotti. Ma spesso, nel silenzio dei pensieri, serpeggia una malinconia sottile, la mancanza di come stavi con lui.

Non sorridi più con la stessa spensieratezza, quell’entusiasmo contagioso sembra essersi affievolito, la vitalità di un tempo appare un ricordo lontano. Semplicemente, stai andando avanti.

Ti sei mai chiesta cosa ti manca davvero? È solo la sua presenza fisica, le sue abitudini, la sua voce? O c’è qualcosa di più profondo, di più intimo?

Le persone con cui scegliamo di condividere un tratto del nostro cammino agiscono come specchi potenti.

Riflettono parti di noi che magari non sapevamo di possedere, ci spingono a esplorare territori inesplorati della nostra anima. Quando amiamo e ci sentiamo amate, fioriscono in noi qualità, energie, talenti che non riconosciamo come nostri semplicemente perché inespressi.

Ecco che quando quella persona non c’è più, non è tanto la sua assenza in sé a farci soffrire, quanto la mancanza di come quella persona ci faceva sentire. Ci manca quella versione di noi stesse che quella relazione aveva saputo risvegliare. Sentiamo la mancanza di noi, di tutte quelle parti luminose che non sapevamo di avere, di quelle energie vibranti che non credevamo di possedere.

Ed è qui, proprio in questo punto di consapevolezza, che si apre una nuova, straordinaria possibilità. Quelle parti di voi non sono scomparse con la fine della relazione.

Sono ancora lì, dentro di te, in attesa di essere riconosciute e nutrite. Sono emerse perché si sentivano amate, desiderate, pensate. E ora, avete l’opportunità di rivolgere quell’amore, quella cura, quella considerazione a te stessa.

Ringrazia quella persona e quella relazione, anche se il dolore è ancora vivo. Ringraziali per averti mostrato chi potresti essere quando ti senti amata. Quel potenziale è ancora in te.

E ora è il momento di intraprendere un nuovo viaggio.

Puoi iniziare chiedendoti:

  • Quali abilità hai tirato fuori in quella relazione? Rifletti sulle tue risorse, sui talenti che hai scoperto o affinato durante quel periodo. Eri più paziente? Più creativa? Più sicure di te? Annota tutto ciò che ti viene in mente.
  • Pensa a come potresti applicare quelle qualità ritrovate in altri ambiti della tua vita: il lavoro, le amicizie, i progetti personali.
  • Individua quali erano i gesti, le parole, le attenzioni che ti facevano sentire speciale. Come puoi offrirti quelle stesse cose adesso?
  • Riconosci i tuoi bisogni emotivi, di supporto, di compagnia. Come puoi trovare nuovi modi per soddisfarli?
  • Ogni esperienza, anche dolorosa, porta con sé un insegnamento prezioso. Quali sono le lezioni che puoi trarre da questa relazione finita? Cosa cerchi veramente in un legame affettivo?

Il dolore è un passaggio naturale, ma non deve oscurare la luce che è in te. Abbi cura di te, con la stessa dolcezza e attenzione che forse un tempo rivolgevi a un altro. Inizia a sorridere a quella meravigliosa persona che sei, con la consapevolezza di una forza interiore che nemmeno immaginavi di possedere.

Tu sei quell’amore che cerchi nell’altro/a.

IL PROFUMO DELL’ATTESA.

Qualche giorno fa ho pensato di ripulire i vasi del balcone di casa, c’erano diverse erbe spontanee e con l’occasione ho comprato della terra fresca e dei semi da piantare.

Fare giardinaggio è una di quelle attività che mi mette quiete. Sarà il sole, il cinguettio degli uccelli, il tepore primaverile, tutto mi fa sentire in pace, a casa.

Ho deposto i semi con cura quasi come a seguire un rituale che mi ha regalato un inatteso senso di serenità che mi sono accorta mancare in questo periodo piuttosto frenetico. Ogni mattina, il rito si ripete: l’acqua fresca che penetra la terra scura, nutrendo il potenziale nascosto. Ed è in questo semplice gesto che si insinua un’emozione duplice, un sussurro che mi riporta indietro nel tempo.

C’è la gioia sottile dell’attesa. È la stessa trepidazione che provavo da bambina la notte prima di un’occasione speciale.

Ma c’è anche, inevitabilmente, l’ombra fugace dell’impazienza. Quella vocina interiore, eco lontana dei capricci infantili, che vorrebbe accelerare il tempo, spiare sotto la terra per assicurarsi che l’attesa non sia vana.

Riconosco quella sensazione. È la stessa che vedevo negli occhi curiosi di mio figlio quando piantava i suoi primi fagioli magici, scrutando il vaso ogni ora, deluso dalla lentezza del germoglio. È la nostra parte bambina, quella che fatica a comprendere i ritmi lenti e misteriosi della natura, quella che anela al risultato immediato, alla gratificazione istantanea.

E qui in questo piccolo angolo verde del mio quotidiano, trovo la metafora di un’altra pratica, che come un seme richiede cura e pazienza: la meditazione. Ogni giorno mi siedo, chiudo gli occhi e porto l’attenzione al respiro e nutro la mente proprio come l’acqua nutre i semi. Inizialmente, nulla accade. La mente può sembrare ancora agitata, i pensieri danzano come polvere nel sole. Ma in quell’atto costante di “annaffiare” la mia interiorità, di riportare gentilmente l’attenzione al presente, sto nutrendo la quiete, sto ripulendo lo spazio interiore lasciando andare via tutto quello che non mi serve.

Non vedo subito i risultati, proprio come non vedo il germoglio il giorno dopo aver piantato il seme. Ma so, intimamente, che questo prendersi cura, questa dedizione silenziosa, sta costruendo qualcosa di prezioso. Sta radicando la serenità, sta preparando il terreno per una fioritura più grande.

Quante volte, nella frenesia delle nostre vite, vorremmo vedere subito i frutti dei nostri sforzi? Desideriamo risposte immediate, soluzioni rapide, la fioritura istantanea dei nostri progetti e dei nostri desideri. Ma la natura ci insegna una lezione fondamentale: la crescita è un processo graduale, un movimento lento e inesorabile che non può essere forzato. Tentare di accelerare i tempi, di “tirare” la piantina per farla crescere più velocemente, rischia solo di compromettere il suo sviluppo, di spezzare la sua vitalità.

Così è anche per la nostra pace interiore. Non possiamo pretendere di raggiungere la serenità con uno sforzo improvviso e violento. Richiede costanza, gentilezza verso noi, la capacità di nutrire la nostra interiorità giorno dopo giorno, accettando i tempi lenti e misteriosi della trasformazione.

Guardando i miei vasi, so che arriverà il giorno in cui timidi germogli faranno capolino dalla terra. Sarà una piccola gioia, un segno tangibile della mia cura e della pazienza. Ma la vera magia risiede in questo momento presente, nell’atto di annaffiare con fiducia, sapendo che anche se nulla è ancora visibile, la vita sta silenziosamente compiendo il suo corso.

Siamo capaci di nutrire e aspettare? Quanto sei disposta a fidarti del processo?

Che cosa stai coltivando in questo momento nella tua vita? (Progetti, relazioni, aspetti di te che stai cercando di sviluppare).

Come ti senti di fronte all’attesa dei risultati? Riconosci in te quella parte “bambina” impaziente?

In quali momenti della tua vita hai sperimentato la bellezza e la saggezza di un processo lento e graduale? Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?

Quali piccoli gesti quotidiani compi per “annaffiare” la tua serenità interiore?

NO, NON SEI SBAGLIATA!

Tutto quello che accade dentro di te è giusto e ha senso, non è sbagliato e non c’è nulla di sbagliato in te.

Ho perso il conto delle volte che ripeto questa frase ad ogni donna che incontro ma è davvero importante che ciascuna lo sappia e lo ripeta ogni volta che ne sente il bisogno.

Perché?

Perché non possiamo non considerare la parte subconscia che è circa il 95% di noi che a nostra insaputa sta creando le cose che ritiene buone, giuste e rilevanti per noi, per la nostra incolumità fisica, per proteggerci e consentirci di sopravvivere su questa terra.

Il problema è che a questa parte consistente di noi sono arrivati dei comandi durante gli anni della nostra infanzia che non sono quelli che vuoi oggi con la consapevolezza e l’esperienza che hai fatto.

Se dunque vuoi qualcosa di diverso devi cambiare il programma  e non la macchina su cui è stato installato il programma.

Quando cerchiamo di cambiare se ci fai caso, pensiamo subito ad adottare comportamenti diversi mantenendo però la stessa identità.

Pensa a quando vuoi rimetterti in forma, sei sempre la stessa pigra e incostante che ama le comodità che cerca con la sola forza di volontà di fare movimento e le costa tantissimo, per questo motivo a breve smetterà di fare allenamento perché, appunto, è pigra e incostante.

Oppure pensa a quando vorresti essere più sicura di te ma ogni volta che provi a comportarti diversamente ti costa tanta fatica perché sei, appunto, la solita insicura e imbranata e non appena quel comportamento che hai deciso di attuare per uscire dalla tua insicurezza non funziona perché non porta i risultati sperati ecco che smetterai.

Se invece cambi identità agirai sul tuo sentire, la differenza ti sembrerà sottile ma credimi che sarà potente.

Se domani mattina ti svegliassi e fossi una persona in forma che si prende cura del proprio corpo, quali comportamenti e azioni assumeresti? Quali nutrienti sceglieresti? Come si svolgerebbero le tue giornate?

Le nostre scelte azioni e comportamenti contribuiscono a determinare ciò che siamo, va da sé che se sono una persona in forma che ha un corpo tonico, devo necessariamente dedicare del tempo all’esercizio fisico, perché un corpo tonico non si fa da sé, può essere una camminata veloce di 30 minuti ogni mattina, una corsa o degli esercizi brevi ad alta intensità, qualsiasi attività fisica andrà bene.

Se da adesso tu fossi una persona sicura di te, che cosa faresti come prima cosa? Come ti muoveresti? Quale sarebbe la prima azione concreta che metteresti in atto?

Prima devi sentirti in un determinato modo e poi agisci di conseguenza perché tutti agiamo in maniera coerente con chi pensiamo di essere.

E se non so come ci si sente sicuri di se? Immagina! Cerca ispirazione tra le persone che frequenti.

Quando eravamo piccoli eravamo dei maestri in questo gioco: “facciamo finta che siamo …?”

Quindi se fai fatica a cambiare abitudini chiediti con chi ti stai identificando perché se non sei coerente con i comportamenti che vuoi assumere non otterrai il cambiamento desiderato.

Produci l’effetto e la causa arriverà perché simulare ciò che vuoi dipende solo da te.

Parti dal risultato finale, crea l’effetto e vedrai che cominceranno ad arrivare le cause per sostenere il risultato che desideri.

Il nostro cervello non distingue tra esperienza vera o simulata.

Vivi come se, immagina l’obiettivo come se l’avessi raggiunto e le cause che ti porteranno a quell’biettivo arriveranno.

Crea le abitudini coerenti con il programma che vuoi installare sulla tua macchina e lei ti condurrà esattamente dove le hai indicato.

Riprogramma la macchina perfetta che sei.

P.s. nella foto uno splendido esempio di caparbietà e meraviglia della natura. Una pianta di fico nel parco archeologico di Baia a Bacoli (NA) che cresce rigogliosa alla rovescia affondando le sue radici nella volta di pietra antica in una delle strutture delle terme di Mercurio. Avrebbe dovuto seguire tutt’altre regole ma ha preferito seguire la luce piuttosto che non crescere e restare chiuso nella pietra.

QUANDO NON RIESCI A SCEGLIERE

Esistono dei momenti della vita in cui ti blocchi e inizi a chiedere pareri e a vedere come si muovono gli altri e a volte chi ti sta vicino non ti sostiene, ti fa vedere tutti gli aspetti negativi scoraggiandoti.

Quindi resti lì perché sei più sicura, perché è meno peggio. 

Ma tu stai male e non comprendi il perché.

Il fatto è che in tutto questo non hai contemplato TE e la tua vera scelta non è quella di restare lì ma è di VIVERE A METÀ .

Se credi che gli altri ne sappiano più di te, 

allora accetti anche il risultato della decisione che ti portano a prendere: 

gli altri sono tranquilli e tu ti senti a metà perché é una TUA scelta di vita.

Ecco il pensiero che non finiró mai di ringraziare perché per me è stato come uno schiaffo! 

Una delle tante sere in cui mi perdevo nei miei pensieri ossessivi ho realizzato che la scelta di rimanere lì, di non rischiare, di non cambiare era la scelta degli altri e non la mia ecco perché mi sentivo soffocare.

Avevo bisogno di me, avevo bisogno dei miei errori, di esperienze che sapessero di me e non di altri. 

E questo fa tutta la differenza tra avere fiducia in te stessa e mettere la tua vita nelle mani degli altri.

Ecco perché quando durante le sessioni individuali sento frasi come:

❌ “non ho seguito il mio sogno di fare la sarta perché mio marito mi diceva che non avevamo bisogno di soldi”

❌”Non ho ripreso a lavorare perché mia madre mi ha detto che i miei figli avrebbero avuto bisogno di me”

❌”Ho rinunciato ad avere figli perché a mio marito non piacciono”

❌”Non ho cambiato lavoro perché ormai a quest’età chi mi prende??”

Ti dico che siamo qui per vivere la nostra vita e non per farci carico dei dispiaceri e frustrazioni degli altri!

E tutte le volte che esprimi te stessa liberamente sappi che non lo stai facendo solo per te ma stai mandando un messaggio al mondo 🌏 anche per tua figlia, per tua madre, per le tue amiche, per tutte le donne di adesso e per quelle che verranno. 

Non sei sola, ci siamo tutte noi, non dimenticarlo mai e abbi coraggio perché ogni parola detta, azione fatta, idea tradotta in progetto è un piccolo seme che potrebbe germogliare nel terreno ma se lo tieni in mano rimarrà solo un seme che poteva essere e non è stato ❤️

E se dovessi sentire che le decisioni da prendere sono troppe, ti senti appesantita e confusa, sappi che insieme possiamo affrontare tutto quanto.

LE EMOZIONI SONO REALI?

Ti capita mai di pensare che se senti una particolare emozione allora quella situazione che stai vivendo è reale?

Certo, per il corpo è senz’altro così perché è autentico.

Tutte le sensazioni percepite dal corpo ci sono realmente, MA c’è dell’altro.

Il corpo è un perfetto rilevatore di come NOI osserviamo la realtà.

L’osservazione della realtà è personale, ciascuno di noi da significati diversi a ciò che vive, in base alle esperienze vissute, all’educazione, alle convinzioni…

Infatti quante volte ti sarà capitato di vivere o assistere a situazioni particolari davanti alle quali ti sei accorto che le persone hanno reagito in maniera diversa a parità di evento capitato.

Ecco che in questo caso utilizziamo le emozioni esattamente come i giudizi dando un significato e quindi creandomi una rappresentazione della situazione che sto vivendo e che potrebbe non corrispondere alla realtà.

Ad esempio, immagina di vedere uno scorpione sul pavimento di casa, non so te ma io mi spaventerei tantissimo e sicuramente inizierei ad agitarmi preoccupandomi di capire cosa fare (essendo biologa non penserei mai ad ucciderlo).

Poi scopri che qualcuno ti ha fatto uno scherzo e vedi che quello scorpione è finto.

Il tuo stato emotivo cambia e cambia perché è cambiato il significato che hai dato allo scorpione (da vero a giocattolo)

Ecco che dunque la sensazione è assolutamente vera ma risponde alla rappresentazione personale e non alla realtà.

Ricorda dunque che quando ti senti sopraffatto dalle emozioni dietro c’è sempre una tua rappresentazione.

Come capire quanto la nostra interpretazione sia affidabile?

Utilizza il confronto e fai domande.

“Perché mi dici questa frase?” “Come mai mi guardi in questo modo?” “Forse ho frainteso?”

Domande che siano di curiosità, per capire e conoscere meglio la situazione in cui ti trovi (prima di partire all’attacco in una discussione, ad esempio)

Se la prossima volta terrai presente che dietro alle tue emozioni ci sono le tue personali interpretazioni, scoprirai un mondo mai considerato e che ti aiuterà a migliorare non solo la tua comunicazione ma anche le tue relazioni.