Maturità emotiva e disponibilità: perché dire “ci sono” può costarti caro.

Tempo fa ricordo che comunicai a una persona che mi avrebbe fatto piacere averla con me a un incontro importante. La sua risposta fu: “se hai bisogno ci sono!”. Era la sua risposta standard, per i clienti e non solo.

Le precisai che non avevo bisogno di lei. Avevo piacere della sua presenza, della sua compagnia. Non era la stessa cosa.

Andai sola a quell’incontro. E la cosa, a dire il vero, non mi stupì.

Questa situazione che ho vissuto contiene tutto ciò di cui voglio parlarti: la differenza tra essere disponibili e essere presenti, tra offrire valore e svendere sé stess*, tra maturità anagrafica e maturità emotiva che non sempre crescono insieme.

Disponibilità e bisogno: due cose che spesso confondiamo

È importante essere capaci di comunicare i propri bisogni. Ma è altrettanto importante che non ce li attribuiscano gli altri in maniera arbitraria.

Quando percepisci il tuo valore in relazione ai bisogni altrui, sviluppi una dipendenza inconscia dal ruolo di salvatrice o salvatore. Ti proietti costantemente verso le richieste degli altri, perdendo il significato e il nutrimento autentico dello stare in relazione. Questo non comporta solo uno svuotamento progressivo, ma ti espone anche a un continuo sali-scendi emotivo che dipende da ciò che gli altri dicono, fanno, pensano di te.

Il tuo umore diventa uno specchio degli altri. Ed è un posto molto instabile in cui vivere.

E nel lavoro? Lo schema del “lo faccio gratis”

La medesima dinamica si ripete in ambito professionale, spesso in modo ancora più sottile. Pensando di essere più competitiv* sul mercato, si offre gratuitamente — o fortemente scontato — ciò che andrebbe invece valorizzato economicamente.

Il meccanismo sembra razionale: abbassare la barriera d’ingresso, farsi conoscere, essere accessibili.

Tuttavia quasi sempre produce l’effetto opposto:

  • educa il cliente a non riconoscere il valore reale della prestazione
  • attira i “cercatori di gratis”, non i clienti giusti
  • crea un posizionamento di mercato difficile da correggere in seguito
  • genera frustrazione quando si scopre che gli stessi servizi, offerti dai competitor, sono regolarmente a pagamento

Quel momento in cui ci si rende conto che gli altri fanno pagare ciò che noi regaliamo è rivelatore: non è solo una questione economica. È la conferma che siamo stat* noi per prim* a svalutarci. E quella scelta parla di come ci vediamo.

Le relazioni sono sistemi che costruiamo noi

Le relazioni, professionali e personali, non sono casuali. Sono sistemi che si costruiscono in maniera precisa, a partire dagli schemi relazionali interiorizzati nell’infanzia principalmente con i genitori. Tendiamo a cercare e replicare quelle dinamiche, nel bene e nel male, spesso senza rendercene conto.

Da lì discendono a cascata: i confini che riconosciamo e comunichiamo, i nostri valori, le nostre credenze, la percezione che abbiamo di noi stess* e degli altri, come ci parliamo, quanto e come ci giudichiamo.

Maturità anagrafica vs maturità emotiva

Se il sistema relazionale non funziona, c’è un aspetto che troppo spesso viene ignorato: il divario tra maturità anagrafica e maturità emotiva. Si possono avere 50 anni anagraficamente e un’emotività da bambin* di 6 anni. Si può essere brillanti professionalmente e completamente immaturi nelle relazioni affettive.

Raggiungere la maturità emotiva è fondamentale per essere individui equilibrati. Eppure nessuno verifica che i livelli di emotività siano adeguati prima di avere figli, prima di occupare posizioni di responsabilità nelle aziende, o alla guida di un paese. I risultati, direi, sono evidenti.

Se dall’infanzia non esiste una base sicura genitoriale, la maturazione emotiva non avviene spontaneamente. Va educata. E non sempre si riesce a farlo da soli, perché presuppone di disattivare schemi molto profondi.

Cos’è davvero la maturità emotiva

La maturità emotiva non è l’assenza di emozioni forti, né la capacità di non farsi toccare da nulla. Non è freddezza, distacco o controllo. È qualcosa di più sottile e più prezioso: è la capacità di riconoscere le proprie emozioni senza esserne travolti, di contenere la reazione prima che diventi reattività automatica.

Una persona emotivamente matura sa distinguere tra ciò che sente e ciò che è reale. Sa chiedere senza pretendere, dire no senza senso di colpa, ricevere critiche senza crollare, gestire la delusione senza doverla scaricare su qualcun altro.

La maturità emotiva varia nel tempo e nelle situazioni

C’è qualcosa che raramente viene detto: la maturità emotiva non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. Non è costante. Varia in base alle circostanze che si attraversano, al livello di stress, alle ferite che certi contesti riattivano.

Si può essere emotivamente maturi nel proprio ambiente di lavoro e comportarsi come un bambino o una bambina di 8 anni in una discussione con la propria madre. Si possono gestire conflitti professionali con grande lucidità e perdere completamente il centro quando ci si sente rifiutati da qualcuno che si ama.

Questo accade perché certi contesti riattivano schemi antichi, emotivamente carichi. In quei momenti, l’età emotiva scende — non per debolezza, ma per storia. La consapevolezza di questo meccanismo è già, di per sé, un atto di maturità.

Come riconoscere la propria età emotiva: 7 segnali da osservare

L’auto-osservazione è il primo strumento disponibile a tutt* che richiede onestà e disponibilità a guardare senza giudicarsi. Ecco sette segnali concreti su cui riflettere:

1. Come reagisci alle critiche?

Una bassa maturità emotiva si manifesta nel correre ai ripari difendendosi immediatamente, nell’attaccare chi critica, nel chiudersi o nel crollare. Una maggiore maturità permette di ascoltare, valutare ciò che è utile e lasciare andare il resto senza che l’autostima dipenda dall’approvazione altrui.

2. Riesci a tollerare l’incertezza?

Chi ha una bassa maturità emotiva ha bisogno di risposte immediate, rassicurazioni continue, controllo costante. La tolleranza all’incertezza — saper stare nel “non so ancora” senza andare nel panico — è uno dei segnali più chiari di sviluppo emotivo.

3. Come gestisci i conflitti?

Evitare i conflitti a tutti i costi, esplodere in modo sproporzionato o silenziare tutto dentro di sé nell’incapacità di difendersi, sono segnali di immaturità emotiva. La capacità di stare nel conflitto con calma, esprimere il proprio punto di vista senza aggredire e ascoltare senza capitolare indica una maggiore maturità.

4. Il tuo umore dipende dagli altri?

Se il proprio stato emotivo cambia radicalmente in base a cosa fanno o non fanno gli altri — se un messaggio senza risposta destabilizza per ore, se l’approvazione altrui è necessaria per stare bene — si stanno usando gli altri come regolatori emotivi esterni. È un segnale chiaro di un sistema interno ancora in costruzione.

5. Riesci a chiedere senza sentirti un peso?

La difficoltà a chiedere aiuto, a esprimere bisogni, racconta qualcosa di come ci si è relazionat* all’amore e alla dipendenza nella propria storia. Chi non riesce a chiedere é ancora immatur* dal punto di vista emotivo perché ha imparato che i propri bisogni erano un disturbo, creavano in qualche modo malumore. Ma é sempre così, é utile fare sempre tutto da soli? Spesso possiamo alleggerirci di tante fatiche inutili se ci permettessimo di chiedere aiuto.

6. Come ti parli?

Il dialogo interno è uno degli specchi più fedeli della maturità emotiva. Vale la pena osservare quanto ci si mostra critici con sé stess*, quanto ci si punisce per gli errori, se si tollera dalla propria voce interiore ciò che non si accetterebbe da nessun altro. Quando c’é un’immaturità emotiva non ci sono filtri, le voci genitoriali riecheggiano al nostro interno senza sosta e senza una controparte che ci protegga. La qualità con cui ci si parla è la stessa che, inconsciamente, si insegna agli altri a usare con noi.

7. Riesci a sentirti responsabile senza sentirti in colpa?

C’è una differenza enorme tra responsabilità e colpa. La responsabilità dice “ho sbagliato, come posso rimediare?”. La colpa é bloccante e dice “sono sbagliato/a”. Le persone emotivamente immature oscillano tra due modalità: o non si assumono mai alcuna responsabilità, o si colpevolizzano in modo totale e paralizzante.


Educare all’emotività è un processo graduale e continuo che richiede tempo, onestà e spesso un supporto esterno, ma comincia sempre e comunque dall’osservazione di sé, senza giudizio.

Quindi, se dovessi darti un’età emotiva adesso, a quale periodo corrisponderebbe? Età infantile, adolescenziale o adulta?

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Un mercatino di Natale in cui ho capito cosa significa incontrare le persone

Sabato 13 e domenica 14 dicembre 2025, insieme all’Associazione Sesto Senso APS di cui sono presidente, ho partecipato per la prima volta al Mercatino di Natale in Oregina.

L’obiettivo iniziale era semplice: far conoscere i nostri progetti, parlare dei corsi e dei laboratori mensili che organizziamo per la comunità genovese. Ma una volta arrivata lì, ho sentito che dovevo cambiare prospettiva. O meglio, ampliarla.

Quando cambi obiettivo e trovi l’essenza

Non volevo semplicemente vedere delle persone per dare loro delle informazioni. Volevo incontrarle davvero.

Non potevo perdermi l’occasione di fare ciò che più amo e so fare: entrare in relazione, ascoltare nel profondo, interessarmi sinceramente alle persone. E nel frattempo, creare piccoli laboratori esperienziali per iniziare già da subito a rendere i visitatori più consapevoli.

Come? Partendo da un principio base che ripeto sempre: il “come stai?” è una domanda che va rivolta prima di tutto a noi stessi se vogliamo davvero capire gli altri.

I laboratori emotivi che hanno toccato il cuore delle persone

La ruota delle emozioni che tutti volevano fotografare

Ho portato il vocabolario emotivo su una ruota girevole. Non immagini quante persone l’hanno fotografata.

Il motivo è semplice: se so nominare quello che sento, mi aiuta a capire e a vivere meglio quelle emozioni. È uno dei pilastri dell’educazione emotiva su cui lavoro ogni giorno.

Alcune insegnanti si sono avvicinate esprimendo il desiderio di avere una ruota delle emozioni in aula, come strumento di educazione per sé e per i propri studenti.

Questi momenti mi riempiono il cuore: significa che il seme dell’educazione emotiva sta germogliando.

I bisogni a strappo: quando le coppie si sorprendono

Abbiamo appeso “i bisogni a strappo”: strisce di carta con scritti diversi bisogni fondamentali che le persone potevano staccare e portare via.

Perché è così importante? Perché riconoscere chiaramente quello di cui abbiamo bisogno ci permette di:

  • Comunicarlo agli altri in modo chiaro
  • Imparare a soddisfarlo in modo sano
  • Costruire relazioni più autentiche e profonde

La scena più divertente? Le coppie che si sorprendevano dei bisogni scelti dal partner 😂 – momenti di scoperta reciproca inaspettati e preziosissimi!

Le emozioni sospese: la metafora che ha incantato tutti

Le “emozioni sospese” hanno affascinato grandi e piccini. Ho creato delle ampolle piene di colori e brillantini che sembravano pozioni magiche, ma racchiudevano un insegnamento profondo.

Il messaggio? Finché tutto è apparentemente calmo, non ci accorgiamo che viviamo costantemente di emozioni. Solo quando qualcosa ci turba prendiamo coscienza dei nostri stati d’animo.

Ed è proprio in quei momenti che serve rallentare e imparare a capire di quali messaggi sono portatrici le nostre emozioni.

Solo così possiamo vedere la loro bellezza. Altrimenti rischiamo di pensare che siano un ostacolo da combattere, quando in realtà chiedono solo di essere viste e capite.

I piccoli gesti che creano connessione

Le faccine morbide hanno attirato tanti bambini curiosi, trasformando i bronci in grandi sorrisi in pochi secondi.

Ho offerto i nostri pandolci che non solo hanno deliziato i palati dei passanti, ma anche quelli dei vicini di stand 🙂

Il barattolo dei messaggi: quando la casualità diventa magia

E poi c’è stato il barattolo dei messaggi. Questo strumento mi ha letteralmente stupita.

Le persone passavano, pescavano un bastoncino in modo casuale e quando leggevano il messaggio… succedeva qualcosa di incredibile:

C’è stato anche chi si è infastidito (e anche questa è una reazione preziosa!)

C’era chi si commuoveva

Chi sorrideva con gli occhi lucidi

Chi si stupiva di quanto quel messaggio fosse azzeccato alla sua storia personale

Ma tutti, tutti, hanno portato con sé quelle frasi. Tenevano stretto quel bastoncino colorato che, pescato casualmente, era arrivato a dire qualcosa di profondo nelle loro vite.

Questo per me è sempre un piccolo miracolo.

La lezione più grande: abbiamo bisogno di vederci

Abbiamo parlato, scherzato, ballato. Ci siamo visti davvero, con il cuore.

E questa è la scoperta che mi porto dietro, quella che mi ha toccata più profondamente: tutti noi, ancor prima di ricevere informazioni, abbiamo bisogno di essere visti.

Mentre ero lì, le persone si fermavano certamente per chiedere informazioni sui nostri corsi e laboratori. Ma poi iniziavano a parlare di loro, delle loro difficoltà, delle loro storie più intime.

È stato un viaggio spontaneo nella vita e nei sentimenti di quelle persone. Mi hanno aperto le porte del loro mondo interiore.

Perché? Perché abbiamo bisogno di relazioni più dell’aria che respiriamo.

Abbiamo bisogno di vita insieme

Questa esperienza al mercatino mi ha ricordato perché faccio questo lavoro.

Non è per distribuire informazioni sull’educazione emotiva. Non è solo per insegnare tecniche o metodi.

È per creare connessione umana autentica. È per offrire spazi dove le persone possano:

  • Riconoscere finalmente le proprie emozioni
  • Dare un nome ai propri bisogni
  • Sentirsi viste e ascoltate senza giudizio
  • Scoprire che non sono sole in quello che sentono

Due giornate intense, piene, ricche. Due giornate in cui ho toccato con mano che quando creiamo spazi di autenticità, le persone rispondono con tutto il cuore.

Grazie a tutte le persone che si sono lasciate incontrare davvero.

Questo è il regalo più grande che potessero farmi.


Vuoi approfondire l’educazione emotiva?

Se sei interessato a temi di educazione emotivo-affettiva e consapevolezza emotiva, scopri di più sul mio lavoro e sui progetti dell’Associazione Sesto Senso APS.

Organizziamo laboratori mensili, corsi per genitori e insegnanti, interventi nelle scuole e percorsi individuali.

Perché l’educazione emotiva non è un lusso: è la base per costruire relazioni sane e una vita più consapevole.

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L’importanza dell’ascolto attivo con i figli supera la puntualità.

Scopri perché ascoltare tuo figlio quando ti racconta qualcosa è più importante della puntualità. L’ascolto attivo crea relazioni solide e bambini felici.


Quando la puntualità incontra la genitorialità

Tengo alla puntualità, anche se ammetto di non essere sempre puntuale. Ma oggi ho riflettuto su un aspetto importante che raramente contempliamo nei nostri “piani per la puntualità”: la dimensione relazionale e l’importanza dell’ascolto attivo con i figli.

Non si tratta di organizzazione o di gestione del tempo. Si tratta di qualcosa che vive su un piano completamente diverso: il piano della relazione con i nostri figli.

Il momento irripetibile: quando tuo figlio si racconta

Esiste un evento prezioso e fugace come un fulmine: il momento in cui tuo figlio decide di raccontarsi. Non ce ne sarà mai uno uguale. Se lo perdi, non tornerà mai più con la stessa spontaneità, la stessa magia, la stessa apertura.

E qui nasce il conflitto: come si integrano il tempo e l’importanza dell’ascolto attivo con i tuoi figli?

Viviamo sempre di corsa, rincorrendo scadenze e impegni. Eppure, alla fine, viviamo di relazioni. E le relazioni hanno una caratteristica particolare: escono prepotentemente dai nostri calcoli, dal tempo cronologico, dalle previsioni, dai piani delle priorità quotidiane.

La scena che ogni genitore conosce

Sei già in ritardo. Hai la giacca in mano, le chiavi pronte, la mente già proiettata all’incontro che ti aspetta.

Ed ecco che tuo figlio arriva: “Ciao mamma! Sai che cosa ho da raccontarti?”

Lo dice in quel modo particolare che ti fa pensare: “FERMI TUTTI! E CHI SE LO PERDE QUESTO RACCONTO?”

Ma dall’altra parte c’è la voce razionale che sussurra: “Adesso no!”

E io cedo. Perché la relazione vince.

Educare attraverso l’ascolto attivo: un investimento per il futuro

Un genitore, scegliendo di diventare tale, sceglie anche di impegnarsi e investire tempo ed energie nella relazione con i propri figli. Non è automatico, come spesso sento dire, che “essendo tuo figlio lo conosci più di chiunque altro”.

La relazione necessita di tempo e di racconti.

Perché in quel racconto, qualunque sia l’argomento, c’è tuo figlio nella sua interezza:

  • I suoi pensieri
  • Le sue scoperte
  • Quello che pensa di sé stesso
  • La sua visione degli altri
  • Una marea di “cose” del suo mondo interiore

Il rischio del rimandare

Se rimandi, quella magia in cui vi nutrite a vicenda svanisce. La spontaneità si perde. Più rimandi e più vi perdete e vi allontanate – non necessariamente fisicamente, ma psichicamente.

E sai quale sarà il rischio più grande?

Che tuo figlio inizi a pensare che:

  • Non ne valga più la pena
  • Essere ascoltato è un’eccezione, non una normalità
  • Merita attenzione solo in certi momenti “giusti”

Non servono ore: bastano pochi minuti di presenza

Anticipo forse quello che stai pensando: non hai bisogno di ore. Si tratta davvero di pochi minuti di magia, soprattutto se inizi fin da subito a costruire questa abitudine.

All’appuntamento di quel giorno sono arrivata sette minuti più tardi.

Sette minuti in cui mi sono sentita:

  • Più viva
  • Piena di nuove energie, non solo per me ma anche per mio figlio
  • Più presente anche per la persona che ho incontrato dopo

Certo, non sarà sempre possibile. Ma è davvero prezioso per i nostri figli.

L’ascolto attivo: il regalo più grande per i nostri figli

In un mondo in cui le persone non si sentono ascoltate, attraverso l’ascolto attivo insegni a tuo figlio la cosa più importante: ad ascoltarsi.

Quando ti fermi ad ascoltarlo con interesse genuino:

  • Si riflette nel tuo sguardo incuriosito e non critico
  • Quel tuo sguardo diventerà il suo sguardo verso se stesso
  • Le tue domande interessate (senza pretendere risposte immediate) diventano un eco dentro di lui
  • Quell’eco, lavorando nel tempo, gli insegnerà a interessarsi a se stesso

Come costruire l’abitudine all’ascolto

Fai dell’ascolto interessato un’abitudine quotidiana.

È un investimento i cui frutti li vedrai nel tempo, ma che aiuterà tuo figlio a diventare un adulto:

  • Solido
  • Autonomo
  • Con un proprio senso critico
  • Capace di ascoltare se stesso e gli altri

Relazioni di qualità = Vita di qualità

Viviamo di relazioni. E la qualità delle relazioni che viviamo determina la qualità della nostra vita.

Credo che il desiderio di ogni genitore non sia tanto sapere cosa farà il proprio figlio, ma sapere se è felice nel fare ciò che fa.

La felicità si costruisce un pezzo alla volta

La felicità, per essere solida, va costruita un pezzetto alla volta nel tempo, con:

  • Impegno
  • Costanza
  • E, soprattutto all’inizio, disciplina

Perché ecco la verità: un figlio ascoltato ha un genitore che prima di tutto ascolta se stesso.

La rivoluzione dell’ascolto inizia da noi

Questa è la rivoluzione più potente che possiamo fare. E dipende esclusivamente da noi.

Non serve essere genitori perfetti. Serve essere genitori presenti.

Genitori che sanno che a volte sette minuti di ritardo non sono un problema, ma una scelta d’amore.

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