IL VALORE DELL’ATTESA

Dicembre, il mese delle luci scintillanti, dei profumi di cannella e zenzero, delle strade addobbate a festa. Per me, dicembre è sempre stato un mese magico, fin da quando ero bambina. Ricordo l’attesa febbrile del Natale, un’attesa fatta di lavoretti a scuola, poesie imparate a memoria, letterine piene di speranze e biglietti glitterati per i miei genitori. Canti, recite, l’aria vibrante di aspettativa… forse è per questo che la notte di Natale arrivavo con la febbre alta! L’emozione era tanta che il mio piccolo corpo faticava a contenerla.

E adesso? Da adulti, come viviamo l’attesa? Le nostre giornate sono spesso una corsa contro il tempo da un impegno all’altro, da un pensiero all’altro, da un’urgenza all’altra (ormai anche definire un’urgenza è diventato difficile). Attendere ci sembra una perdita di tempo. Sembra quasi che ogni spazio “vuoto” debba essere riempito per rispondere all’esigenza di efficienza. Ma se ci fermiamo a riflettere, quanto tempo della nostra vita trascorriamo nell’attesa? Nell’attesa di tempi migliori, nell’attesa di risposte, di incontrare la persona giusta, di un colpo di fortuna, nell’attesa che arrivi finalmente il tuo momento, nell’attesa di un figlio (il mio secondo figlio nacque il 21 dicembre e l’ho atteso proprio come un regalo di natale). Ogni attesa, grande o piccola che sia, ci mette in contatto con un piccolo vuoto e con una qualità di silenzio.

A volte, per evitare quello spazio vuoto, tendiamo a riempirlo, o addirittura a prevenirlo. Eppure quel vuoto ha spesso un significato fisiologico. Nella musica esistono le pause senza le quali si perdono ritmo e armonia. Dopo ogni richiesta c’è una pausa indispensabile per sentire il bisogno e definire noi stessi dal mondo esterno. Stare nella mancanza ci definisce e ci rende consapevoli di essere in grado di sopravvivere anche nella mancanza e ci rende creativi per trovare risorse utili al superamento delle difficoltà.

Allora, la domanda che possiamo porci è: che cosa incontriamo lì, in quello spazio dell’attesa? Cosa mettiamo dentro quel tempo? Mettiamo le nostre aspettative, i nostri progetti, i nostri desideri, ma anche il timore di rimanere delusi. L’attesa è un crocevia di emozioni, un momento in cui le nostre speranze e le nostre paure si mescolano.

A proposito di desideri: è facile incontrarli, i nostri desideri più autentici? In questi giorni in cui i bambini preparano le letterine a Babbo Natale, anche noi potremmo fare questo esercizio. Cosa chiederebbe il bambino, la bambina che è dentro di noi? Cosa aspetta?

Fermarsi, respirare e ascoltare. Questo mese di dicembre, mentre le luci brillano e l’atmosfera si fa più intima, proviamo a riscoprire la magia dell’attesa. Non come un’interruzione, ma come un’opportunità. Un’opportunità per riconnetterci con noi stessi, con i nostri desideri più profondi, e con la bellezza del momento presente.

Qual è l’attesa più significativa che stai vivendo in questo momento? E cosa ti sta insegnando?

Foto di Photo By: Kaboompics.com: https://www.pexels.com/it-it/foto/natale-scatole-sfondo-albero-di-natale-5469807/

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L’eco ancestrale di essere abbastanza.

In una società che incessantemente ci spinge verso l’alto, alimentando un senso di perenne insoddisfazione, il sentire di essere abbastanza é una vera e propria conquista, una faticosa risalita verso la superficie. 

Sembra che non importi a nessuno quanto corri, quanto ti impegni, quanto raggiungi: c’é sempre una voce pronta a ricordarti che non sei abbastanza brava, non sei abbastanza efficiente, non sei abbastanza realizzata.

E poi accade che un mattino come tanti, ti svegli con la luce del sole che filtra dalle finestre chiuse, senti le risate dei figli che scherzano dalla loro camera, respiri profondamente e senti che qualcosa si scioglie. Ti senti felice, soddisfatta, in pace. 

In quell’attimo sospeso, realizzi che non hai bisogno di altro anche se hai la sensazione che una parte di te si senta in colpa.

E se questo bastasse? E se, semplicemente, fossi già abbastanza?  Il peso di quell’incessante “devo fare di più” ha iniziato a sciogliersi, lasciando spazio a una dolce consapevolezza.

Hai mai notato come una sola parola possa ridefinire la tua realtà? “Abbastanza” non è una limitazione, anzi. È la serena accettazione che c’è esattamente ciò di cui hai bisogno, qui e ora. Abbastanza tempo per ciò che conta veramente. Abbastanza risorse per vivere con dignità. Abbastanza amore da donare e ricevere. Abbastanza spazio per respirare.

E quando ti sorprendi a stringere troppo forte le redini dei tuoi impegni, delle tue aspettative, del tuo bisogno di controllo, fermati e sussurra a te stessa: “Basta così”. E senti le tensioni allentarsi.

Ciò che amo profondamente del “basta” è il suo eco ancestrale, il suo legame con il femminile sacro. 

Nelle culture indigene, infatti, spesso erano le donne a sancire il limite, a dichiarare quando era “basta” con la caccia, con lo sfruttamento della terra, con i conflitti. Sapevano riconoscere la fine di un ciclo, la saggezza insita nel lasciare andare, nel dire: “È abbastanza. Non serve altro”.

E la magia più sorprendente? Nel preciso istante in cui credi con tutta te stessa che c’è abbastanza, un’ondata di abbondanza inizia a fluire nella tua vita. La natura stessa risponde all’energia della sufficienza, non a quella della scarsità. È come se l’universo, sentendo la tua fiducia, si aprisse a mostrarti le infinite risorse già presenti.

Ecco un esercizio che puoi fare.

La prossima volta che senti quella morsa del “non abbastanza” – che sia tempo, energia, denaro – fermati un istante. Porta la mano al cuore e ripeti con convinzione: “E’ abbastanza. Ho abbastanza. Sono abbastanza”.

Osservate cosa accade nel vostro corpo. Dove sentite questa affermazione risuonare? Cosa si apre? Quali nuove possibilità iniziano a intravedersi? 

Le neuroscienze ci confermano che il nostro cervello è un instancabile cercatore di conferme. Se credi nella scarsità, troverai prove ovunque. Ma quando scegli di credere nella sufficienza, ecco che l’abbondanza, che era lì da sempre, inizia a manifestarsi nella tua percezione.

La verità, amica mia, è che il nostro strumento più potente non risiede nella fare incessantemente o nella fretta affannosa, ma nella capacità di riposare nella consapevolezza che ciò di cui hai veramente bisogno è già in cammino verso di te.

C’è abbastanza tempo per ciò che conta.

C’è abbastanza amore intorno a te.

C’è abbastanza successo per ognuna di noi, senza bisogno di sgomitare.

E soprattutto sei abbastanza per affrontare questo preciso momento, con tutte le tue risorse uniche e preziose.

Cosa cambierebbe nella tua vita se ci credessi davvero? Ascolta il canto del tuo “basta”, perché in quel suono delicato risiede una forza immensa, la forza di essere pienamente, meravigliosamente te stessa.

MI MANCA COME STAVO CON LUI.

“Mi manca come era stare con lui!”

“Mi manca come ero io quando stavo insieme a lui, come mi faceva sentire, come stavamo bene insieme.”

Quando una storia finisce ti senti come se un pezzo di te ti fosse stato strappato via, lasciando un vuoto difficile da colmare. Vai avanti, certo, la vita ci spinge a farlo e siamo programmati per andare avanti. Trovi la forza, a modo tuo, di affrontare le giornate, di riprendere in mano i fili interrotti. Ma spesso, nel silenzio dei pensieri, serpeggia una malinconia sottile, la mancanza di come stavi con lui.

Non sorridi più con la stessa spensieratezza, quell’entusiasmo contagioso sembra essersi affievolito, la vitalità di un tempo appare un ricordo lontano. Semplicemente, stai andando avanti.

Ti sei mai chiesta cosa ti manca davvero? È solo la sua presenza fisica, le sue abitudini, la sua voce? O c’è qualcosa di più profondo, di più intimo?

Le persone con cui scegliamo di condividere un tratto del nostro cammino agiscono come specchi potenti.

Riflettono parti di noi che magari non sapevamo di possedere, ci spingono a esplorare territori inesplorati della nostra anima. Quando amiamo e ci sentiamo amate, fioriscono in noi qualità, energie, talenti che non riconosciamo come nostri semplicemente perché inespressi.

Ecco che quando quella persona non c’è più, non è tanto la sua assenza in sé a farci soffrire, quanto la mancanza di come quella persona ci faceva sentire. Ci manca quella versione di noi stesse che quella relazione aveva saputo risvegliare. Sentiamo la mancanza di noi, di tutte quelle parti luminose che non sapevamo di avere, di quelle energie vibranti che non credevamo di possedere.

Ed è qui, proprio in questo punto di consapevolezza, che si apre una nuova, straordinaria possibilità. Quelle parti di voi non sono scomparse con la fine della relazione.

Sono ancora lì, dentro di te, in attesa di essere riconosciute e nutrite. Sono emerse perché si sentivano amate, desiderate, pensate. E ora, avete l’opportunità di rivolgere quell’amore, quella cura, quella considerazione a te stessa.

Ringrazia quella persona e quella relazione, anche se il dolore è ancora vivo. Ringraziali per averti mostrato chi potresti essere quando ti senti amata. Quel potenziale è ancora in te.

E ora è il momento di intraprendere un nuovo viaggio.

Puoi iniziare chiedendoti:

  • Quali abilità hai tirato fuori in quella relazione? Rifletti sulle tue risorse, sui talenti che hai scoperto o affinato durante quel periodo. Eri più paziente? Più creativa? Più sicure di te? Annota tutto ciò che ti viene in mente.
  • Pensa a come potresti applicare quelle qualità ritrovate in altri ambiti della tua vita: il lavoro, le amicizie, i progetti personali.
  • Individua quali erano i gesti, le parole, le attenzioni che ti facevano sentire speciale. Come puoi offrirti quelle stesse cose adesso?
  • Riconosci i tuoi bisogni emotivi, di supporto, di compagnia. Come puoi trovare nuovi modi per soddisfarli?
  • Ogni esperienza, anche dolorosa, porta con sé un insegnamento prezioso. Quali sono le lezioni che puoi trarre da questa relazione finita? Cosa cerchi veramente in un legame affettivo?

Il dolore è un passaggio naturale, ma non deve oscurare la luce che è in te. Abbi cura di te, con la stessa dolcezza e attenzione che forse un tempo rivolgevi a un altro. Inizia a sorridere a quella meravigliosa persona che sei, con la consapevolezza di una forza interiore che nemmeno immaginavi di possedere.

Tu sei quell’amore che cerchi nell’altro/a.

IL PROFUMO DELL’ATTESA.

Qualche giorno fa ho pensato di ripulire i vasi del balcone di casa, c’erano diverse erbe spontanee e con l’occasione ho comprato della terra fresca e dei semi da piantare.

Fare giardinaggio è una di quelle attività che mi mette quiete. Sarà il sole, il cinguettio degli uccelli, il tepore primaverile, tutto mi fa sentire in pace, a casa.

Ho deposto i semi con cura quasi come a seguire un rituale che mi ha regalato un inatteso senso di serenità che mi sono accorta mancare in questo periodo piuttosto frenetico. Ogni mattina, il rito si ripete: l’acqua fresca che penetra la terra scura, nutrendo il potenziale nascosto. Ed è in questo semplice gesto che si insinua un’emozione duplice, un sussurro che mi riporta indietro nel tempo.

C’è la gioia sottile dell’attesa. È la stessa trepidazione che provavo da bambina la notte prima di un’occasione speciale.

Ma c’è anche, inevitabilmente, l’ombra fugace dell’impazienza. Quella vocina interiore, eco lontana dei capricci infantili, che vorrebbe accelerare il tempo, spiare sotto la terra per assicurarsi che l’attesa non sia vana.

Riconosco quella sensazione. È la stessa che vedevo negli occhi curiosi di mio figlio quando piantava i suoi primi fagioli magici, scrutando il vaso ogni ora, deluso dalla lentezza del germoglio. È la nostra parte bambina, quella che fatica a comprendere i ritmi lenti e misteriosi della natura, quella che anela al risultato immediato, alla gratificazione istantanea.

E qui in questo piccolo angolo verde del mio quotidiano, trovo la metafora di un’altra pratica, che come un seme richiede cura e pazienza: la meditazione. Ogni giorno mi siedo, chiudo gli occhi e porto l’attenzione al respiro e nutro la mente proprio come l’acqua nutre i semi. Inizialmente, nulla accade. La mente può sembrare ancora agitata, i pensieri danzano come polvere nel sole. Ma in quell’atto costante di “annaffiare” la mia interiorità, di riportare gentilmente l’attenzione al presente, sto nutrendo la quiete, sto ripulendo lo spazio interiore lasciando andare via tutto quello che non mi serve.

Non vedo subito i risultati, proprio come non vedo il germoglio il giorno dopo aver piantato il seme. Ma so, intimamente, che questo prendersi cura, questa dedizione silenziosa, sta costruendo qualcosa di prezioso. Sta radicando la serenità, sta preparando il terreno per una fioritura più grande.

Quante volte, nella frenesia delle nostre vite, vorremmo vedere subito i frutti dei nostri sforzi? Desideriamo risposte immediate, soluzioni rapide, la fioritura istantanea dei nostri progetti e dei nostri desideri. Ma la natura ci insegna una lezione fondamentale: la crescita è un processo graduale, un movimento lento e inesorabile che non può essere forzato. Tentare di accelerare i tempi, di “tirare” la piantina per farla crescere più velocemente, rischia solo di compromettere il suo sviluppo, di spezzare la sua vitalità.

Così è anche per la nostra pace interiore. Non possiamo pretendere di raggiungere la serenità con uno sforzo improvviso e violento. Richiede costanza, gentilezza verso noi, la capacità di nutrire la nostra interiorità giorno dopo giorno, accettando i tempi lenti e misteriosi della trasformazione.

Guardando i miei vasi, so che arriverà il giorno in cui timidi germogli faranno capolino dalla terra. Sarà una piccola gioia, un segno tangibile della mia cura e della pazienza. Ma la vera magia risiede in questo momento presente, nell’atto di annaffiare con fiducia, sapendo che anche se nulla è ancora visibile, la vita sta silenziosamente compiendo il suo corso.

Siamo capaci di nutrire e aspettare? Quanto sei disposta a fidarti del processo?

Che cosa stai coltivando in questo momento nella tua vita? (Progetti, relazioni, aspetti di te che stai cercando di sviluppare).

Come ti senti di fronte all’attesa dei risultati? Riconosci in te quella parte “bambina” impaziente?

In quali momenti della tua vita hai sperimentato la bellezza e la saggezza di un processo lento e graduale? Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?

Quali piccoli gesti quotidiani compi per “annaffiare” la tua serenità interiore?

NO, NON SEI SBAGLIATA!

Tutto quello che accade dentro di te è giusto e ha senso, non è sbagliato e non c’è nulla di sbagliato in te.

Ho perso il conto delle volte che ripeto questa frase ad ogni donna che incontro ma è davvero importante che ciascuna lo sappia e lo ripeta ogni volta che ne sente il bisogno.

Perché?

Perché non possiamo non considerare la parte subconscia che è circa il 95% di noi che a nostra insaputa sta creando le cose che ritiene buone, giuste e rilevanti per noi, per la nostra incolumità fisica, per proteggerci e consentirci di sopravvivere su questa terra.

Il problema è che a questa parte consistente di noi sono arrivati dei comandi durante gli anni della nostra infanzia che non sono quelli che vuoi oggi con la consapevolezza e l’esperienza che hai fatto.

Se dunque vuoi qualcosa di diverso devi cambiare il programma  e non la macchina su cui è stato installato il programma.

Quando cerchiamo di cambiare se ci fai caso, pensiamo subito ad adottare comportamenti diversi mantenendo però la stessa identità.

Pensa a quando vuoi rimetterti in forma, sei sempre la stessa pigra e incostante che ama le comodità che cerca con la sola forza di volontà di fare movimento e le costa tantissimo, per questo motivo a breve smetterà di fare allenamento perché, appunto, è pigra e incostante.

Oppure pensa a quando vorresti essere più sicura di te ma ogni volta che provi a comportarti diversamente ti costa tanta fatica perché sei, appunto, la solita insicura e imbranata e non appena quel comportamento che hai deciso di attuare per uscire dalla tua insicurezza non funziona perché non porta i risultati sperati ecco che smetterai.

Se invece cambi identità agirai sul tuo sentire, la differenza ti sembrerà sottile ma credimi che sarà potente.

Se domani mattina ti svegliassi e fossi una persona in forma che si prende cura del proprio corpo, quali comportamenti e azioni assumeresti? Quali nutrienti sceglieresti? Come si svolgerebbero le tue giornate?

Le nostre scelte azioni e comportamenti contribuiscono a determinare ciò che siamo, va da sé che se sono una persona in forma che ha un corpo tonico, devo necessariamente dedicare del tempo all’esercizio fisico, perché un corpo tonico non si fa da sé, può essere una camminata veloce di 30 minuti ogni mattina, una corsa o degli esercizi brevi ad alta intensità, qualsiasi attività fisica andrà bene.

Se da adesso tu fossi una persona sicura di te, che cosa faresti come prima cosa? Come ti muoveresti? Quale sarebbe la prima azione concreta che metteresti in atto?

Prima devi sentirti in un determinato modo e poi agisci di conseguenza perché tutti agiamo in maniera coerente con chi pensiamo di essere.

E se non so come ci si sente sicuri di se? Immagina! Cerca ispirazione tra le persone che frequenti.

Quando eravamo piccoli eravamo dei maestri in questo gioco: “facciamo finta che siamo …?”

Quindi se fai fatica a cambiare abitudini chiediti con chi ti stai identificando perché se non sei coerente con i comportamenti che vuoi assumere non otterrai il cambiamento desiderato.

Produci l’effetto e la causa arriverà perché simulare ciò che vuoi dipende solo da te.

Parti dal risultato finale, crea l’effetto e vedrai che cominceranno ad arrivare le cause per sostenere il risultato che desideri.

Il nostro cervello non distingue tra esperienza vera o simulata.

Vivi come se, immagina l’obiettivo come se l’avessi raggiunto e le cause che ti porteranno a quell’biettivo arriveranno.

Crea le abitudini coerenti con il programma che vuoi installare sulla tua macchina e lei ti condurrà esattamente dove le hai indicato.

Riprogramma la macchina perfetta che sei.

P.s. nella foto uno splendido esempio di caparbietà e meraviglia della natura. Una pianta di fico nel parco archeologico di Baia a Bacoli (NA) che cresce rigogliosa alla rovescia affondando le sue radici nella volta di pietra antica in una delle strutture delle terme di Mercurio. Avrebbe dovuto seguire tutt’altre regole ma ha preferito seguire la luce piuttosto che non crescere e restare chiuso nella pietra.

Il cervello sociale

La scienza e la filosofia occidentali hanno da sempre considerato l’individuo pensante come isolato e non inserito in una comunità.

Gli scienziati così come i fisici non sono certo riconosciuti in generale come modelli particolarmente socievoli ed empatici.

Dalla storia recente arriva però una tragica testimonianza di quanto questa teoria sia poco fondata. Per rispondere alla diffusione delle malattie infettive e a causa dell’elevato numero di decessi negli orfanotrofi, i medici cercarono di proteggere i bambini separandoli e ordinando di ridurre al minimo i contatti fisici.

I bambini tuttavia continuavano a morire ad un ritmo allarmante.

La percentuale di sopravvivenza non migliorò fino a quando non ci si rese conto che il contatto era necessario, che i bambini non solo dovevano essere curati medicalmente ma anche affettivamente.

I bambini sopravvivevano se venivano presi in braccio, cullati e venivano messi in condizioni da interagire. Le persone e i neuroni soffrono e muoiono senza interazioni stimolanti.

Nei neuroni questo processo viene chiamato apoptosi, negli esseri umani viene chiamato depressione, angoscia e suicidio.

Per comprendere il cervello, dobbiamo conoscere il cervello sano che vive immerso in una comunità di altri cervelli: le relazioni sono il nostro habitat naturale.

Bibliografia

John Bowlby “La teoria dell’attaccamento”

Louis Cozolino “Il cervello sociale”

Perché un’amica non può essere la tua Life Coach?

La definizione Life Coach vuol dire tutto e niente, quante volte mi sono trovata a dover chiarire la mia professione per evitare che resti un concetto vago e che soprattutto non sia collegato all’aspetto pratico che è fondamentale!

Il mio lavoro è soprattutto pratica, è ascolto attivo, è definizione degli obiettivi, è affiancare, sostenere, aiutare a tirare fuori la parte più autentica e ad esprimere la migliore versione di te, grazie ad un profondo lavoro di consapevolezza.

Il mio materiale di lavoro? Sono le persone, le emozioni. Sai che cosa sono le emozioni? Sai riconoscerle, viverle e gestirle? A scuola non sono materia di studio eppure sono la cosa che ha maggior impatto sulla qualità della nostra vita. Quando gli amici o le amiche mi chiedono di seguirli per fare un percorso, seppur a malincuore, devo declinare la proposta, da amica non posso essere la loro life coach.

Perché?

  • Come Life coach ti guardo con occhi diversi

Non ti conosco come ti conosce un amico, non so nulla di te e per questo riesco a fornirti punti di vista diversi sulla tua situazione. Non sono coinvolta emotivamente, riesco ad essere obiettiva mettendo al servizio tutta la mia professionalità.

  • Il mio è un “ascolto attivo”

L’ascolto attivo è fondamentale e mi richiede di essere concentrata completamente su di te. Non è semplicemente una tecnica ma un atteggiamento. E’ necessario dedicarsi mentalmente, diversamente da come potrebbe capitare fra amici, non mi distraggo guardando il telefono o perdendomi dietro qualche pensiero. Dopo le tue parole ti comunico il mio feedback per essere sicura che siamo sulla stessa lunghezza d’onda: tu parli e io comprendo quello che stai dicendo e ti racconto quello che mi esprimi.

  • Nelle amicizie non sempre siamo liberi di dire tutto di sè.

Il mio percorso è uno spazio da dedicare completamente a se stessi, in cui sentirsi completamente liberi di esprimere ciò che si pensa e che si sente in tutta sincerità. Essere onesti e sinceri con se stessi è indispensabile per raggiungere i propri obiettivi.

Con quali risultati?

Durante il percorso molti si stupiscono della sensazione di leggerezza, serenità e spesso felicità che provano.

Accoglienza, comprensione e assenza di giudizio sono gli ingredienti che troverai nel percorso insieme. Ogni storia e una grande occasione di crescita straordinaria, quante volte sono stata testimone della rinascita, del miracolo che si realizza dentro ciascuno di noi attraverso l’apertura del cuore. Entrare in contatto con la nostra parte autentica sblocca tutti gli ingranaggi che rallentano la nostra vita per lasciare spazio alla sicurezza e determinazione per la piena realizzazione di sé stessi.