Maturità emotiva e disponibilità: perché dire “ci sono” può costarti caro.

Tempo fa ricordo che comunicai a una persona che mi avrebbe fatto piacere averla con me a un incontro importante. La sua risposta fu: “se hai bisogno ci sono!”. Era la sua risposta standard, per i clienti e non solo.

Le precisai che non avevo bisogno di lei. Avevo piacere della sua presenza, della sua compagnia. Non era la stessa cosa.

Andai sola a quell’incontro. E la cosa, a dire il vero, non mi stupì.

Questa situazione che ho vissuto contiene tutto ciò di cui voglio parlarti: la differenza tra essere disponibili e essere presenti, tra offrire valore e svendere sé stess*, tra maturità anagrafica e maturità emotiva che non sempre crescono insieme.

Disponibilità e bisogno: due cose che spesso confondiamo

È importante essere capaci di comunicare i propri bisogni. Ma è altrettanto importante che non ce li attribuiscano gli altri in maniera arbitraria.

Quando percepisci il tuo valore in relazione ai bisogni altrui, sviluppi una dipendenza inconscia dal ruolo di salvatrice o salvatore. Ti proietti costantemente verso le richieste degli altri, perdendo il significato e il nutrimento autentico dello stare in relazione. Questo non comporta solo uno svuotamento progressivo, ma ti espone anche a un continuo sali-scendi emotivo che dipende da ciò che gli altri dicono, fanno, pensano di te.

Il tuo umore diventa uno specchio degli altri. Ed è un posto molto instabile in cui vivere.

E nel lavoro? Lo schema del “lo faccio gratis”

La medesima dinamica si ripete in ambito professionale, spesso in modo ancora più sottile. Pensando di essere più competitiv* sul mercato, si offre gratuitamente — o fortemente scontato — ciò che andrebbe invece valorizzato economicamente.

Il meccanismo sembra razionale: abbassare la barriera d’ingresso, farsi conoscere, essere accessibili.

Tuttavia quasi sempre produce l’effetto opposto:

  • educa il cliente a non riconoscere il valore reale della prestazione
  • attira i “cercatori di gratis”, non i clienti giusti
  • crea un posizionamento di mercato difficile da correggere in seguito
  • genera frustrazione quando si scopre che gli stessi servizi, offerti dai competitor, sono regolarmente a pagamento

Quel momento in cui ci si rende conto che gli altri fanno pagare ciò che noi regaliamo è rivelatore: non è solo una questione economica. È la conferma che siamo stat* noi per prim* a svalutarci. E quella scelta parla di come ci vediamo.

Le relazioni sono sistemi che costruiamo noi

Le relazioni, professionali e personali, non sono casuali. Sono sistemi che si costruiscono in maniera precisa, a partire dagli schemi relazionali interiorizzati nell’infanzia principalmente con i genitori. Tendiamo a cercare e replicare quelle dinamiche, nel bene e nel male, spesso senza rendercene conto.

Da lì discendono a cascata: i confini che riconosciamo e comunichiamo, i nostri valori, le nostre credenze, la percezione che abbiamo di noi stess* e degli altri, come ci parliamo, quanto e come ci giudichiamo.

Maturità anagrafica vs maturità emotiva

Se il sistema relazionale non funziona, c’è un aspetto che troppo spesso viene ignorato: il divario tra maturità anagrafica e maturità emotiva. Si possono avere 50 anni anagraficamente e un’emotività da bambin* di 6 anni. Si può essere brillanti professionalmente e completamente immaturi nelle relazioni affettive.

Raggiungere la maturità emotiva è fondamentale per essere individui equilibrati. Eppure nessuno verifica che i livelli di emotività siano adeguati prima di avere figli, prima di occupare posizioni di responsabilità nelle aziende, o alla guida di un paese. I risultati, direi, sono evidenti.

Se dall’infanzia non esiste una base sicura genitoriale, la maturazione emotiva non avviene spontaneamente. Va educata. E non sempre si riesce a farlo da soli, perché presuppone di disattivare schemi molto profondi.

Cos’è davvero la maturità emotiva

La maturità emotiva non è l’assenza di emozioni forti, né la capacità di non farsi toccare da nulla. Non è freddezza, distacco o controllo. È qualcosa di più sottile e più prezioso: è la capacità di riconoscere le proprie emozioni senza esserne travolti, di contenere la reazione prima che diventi reattività automatica.

Una persona emotivamente matura sa distinguere tra ciò che sente e ciò che è reale. Sa chiedere senza pretendere, dire no senza senso di colpa, ricevere critiche senza crollare, gestire la delusione senza doverla scaricare su qualcun altro.

La maturità emotiva varia nel tempo e nelle situazioni

C’è qualcosa che raramente viene detto: la maturità emotiva non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. Non è costante. Varia in base alle circostanze che si attraversano, al livello di stress, alle ferite che certi contesti riattivano.

Si può essere emotivamente maturi nel proprio ambiente di lavoro e comportarsi come un bambino o una bambina di 8 anni in una discussione con la propria madre. Si possono gestire conflitti professionali con grande lucidità e perdere completamente il centro quando ci si sente rifiutati da qualcuno che si ama.

Questo accade perché certi contesti riattivano schemi antichi, emotivamente carichi. In quei momenti, l’età emotiva scende — non per debolezza, ma per storia. La consapevolezza di questo meccanismo è già, di per sé, un atto di maturità.

Come riconoscere la propria età emotiva: 7 segnali da osservare

L’auto-osservazione è il primo strumento disponibile a tutt* che richiede onestà e disponibilità a guardare senza giudicarsi. Ecco sette segnali concreti su cui riflettere:

1. Come reagisci alle critiche?

Una bassa maturità emotiva si manifesta nel correre ai ripari difendendosi immediatamente, nell’attaccare chi critica, nel chiudersi o nel crollare. Una maggiore maturità permette di ascoltare, valutare ciò che è utile e lasciare andare il resto senza che l’autostima dipenda dall’approvazione altrui.

2. Riesci a tollerare l’incertezza?

Chi ha una bassa maturità emotiva ha bisogno di risposte immediate, rassicurazioni continue, controllo costante. La tolleranza all’incertezza — saper stare nel “non so ancora” senza andare nel panico — è uno dei segnali più chiari di sviluppo emotivo.

3. Come gestisci i conflitti?

Evitare i conflitti a tutti i costi, esplodere in modo sproporzionato o silenziare tutto dentro di sé nell’incapacità di difendersi, sono segnali di immaturità emotiva. La capacità di stare nel conflitto con calma, esprimere il proprio punto di vista senza aggredire e ascoltare senza capitolare indica una maggiore maturità.

4. Il tuo umore dipende dagli altri?

Se il proprio stato emotivo cambia radicalmente in base a cosa fanno o non fanno gli altri — se un messaggio senza risposta destabilizza per ore, se l’approvazione altrui è necessaria per stare bene — si stanno usando gli altri come regolatori emotivi esterni. È un segnale chiaro di un sistema interno ancora in costruzione.

5. Riesci a chiedere senza sentirti un peso?

La difficoltà a chiedere aiuto, a esprimere bisogni, racconta qualcosa di come ci si è relazionat* all’amore e alla dipendenza nella propria storia. Chi non riesce a chiedere é ancora immatur* dal punto di vista emotivo perché ha imparato che i propri bisogni erano un disturbo, creavano in qualche modo malumore. Ma é sempre così, é utile fare sempre tutto da soli? Spesso possiamo alleggerirci di tante fatiche inutili se ci permettessimo di chiedere aiuto.

6. Come ti parli?

Il dialogo interno è uno degli specchi più fedeli della maturità emotiva. Vale la pena osservare quanto ci si mostra critici con sé stess*, quanto ci si punisce per gli errori, se si tollera dalla propria voce interiore ciò che non si accetterebbe da nessun altro. Quando c’é un’immaturità emotiva non ci sono filtri, le voci genitoriali riecheggiano al nostro interno senza sosta e senza una controparte che ci protegga. La qualità con cui ci si parla è la stessa che, inconsciamente, si insegna agli altri a usare con noi.

7. Riesci a sentirti responsabile senza sentirti in colpa?

C’è una differenza enorme tra responsabilità e colpa. La responsabilità dice “ho sbagliato, come posso rimediare?”. La colpa é bloccante e dice “sono sbagliato/a”. Le persone emotivamente immature oscillano tra due modalità: o non si assumono mai alcuna responsabilità, o si colpevolizzano in modo totale e paralizzante.


Educare all’emotività è un processo graduale e continuo che richiede tempo, onestà e spesso un supporto esterno, ma comincia sempre e comunque dall’osservazione di sé, senza giudizio.

Quindi, se dovessi darti un’età emotiva adesso, a quale periodo corrisponderebbe? Età infantile, adolescenziale o adulta?

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Un mercatino di Natale in cui ho capito cosa significa incontrare le persone

Sabato 13 e domenica 14 dicembre 2025, insieme all’Associazione Sesto Senso APS di cui sono presidente, ho partecipato per la prima volta al Mercatino di Natale in Oregina.

L’obiettivo iniziale era semplice: far conoscere i nostri progetti, parlare dei corsi e dei laboratori mensili che organizziamo per la comunità genovese. Ma una volta arrivata lì, ho sentito che dovevo cambiare prospettiva. O meglio, ampliarla.

Quando cambi obiettivo e trovi l’essenza

Non volevo semplicemente vedere delle persone per dare loro delle informazioni. Volevo incontrarle davvero.

Non potevo perdermi l’occasione di fare ciò che più amo e so fare: entrare in relazione, ascoltare nel profondo, interessarmi sinceramente alle persone. E nel frattempo, creare piccoli laboratori esperienziali per iniziare già da subito a rendere i visitatori più consapevoli.

Come? Partendo da un principio base che ripeto sempre: il “come stai?” è una domanda che va rivolta prima di tutto a noi stessi se vogliamo davvero capire gli altri.

I laboratori emotivi che hanno toccato il cuore delle persone

La ruota delle emozioni che tutti volevano fotografare

Ho portato il vocabolario emotivo su una ruota girevole. Non immagini quante persone l’hanno fotografata.

Il motivo è semplice: se so nominare quello che sento, mi aiuta a capire e a vivere meglio quelle emozioni. È uno dei pilastri dell’educazione emotiva su cui lavoro ogni giorno.

Alcune insegnanti si sono avvicinate esprimendo il desiderio di avere una ruota delle emozioni in aula, come strumento di educazione per sé e per i propri studenti.

Questi momenti mi riempiono il cuore: significa che il seme dell’educazione emotiva sta germogliando.

I bisogni a strappo: quando le coppie si sorprendono

Abbiamo appeso “i bisogni a strappo”: strisce di carta con scritti diversi bisogni fondamentali che le persone potevano staccare e portare via.

Perché è così importante? Perché riconoscere chiaramente quello di cui abbiamo bisogno ci permette di:

  • Comunicarlo agli altri in modo chiaro
  • Imparare a soddisfarlo in modo sano
  • Costruire relazioni più autentiche e profonde

La scena più divertente? Le coppie che si sorprendevano dei bisogni scelti dal partner 😂 – momenti di scoperta reciproca inaspettati e preziosissimi!

Le emozioni sospese: la metafora che ha incantato tutti

Le “emozioni sospese” hanno affascinato grandi e piccini. Ho creato delle ampolle piene di colori e brillantini che sembravano pozioni magiche, ma racchiudevano un insegnamento profondo.

Il messaggio? Finché tutto è apparentemente calmo, non ci accorgiamo che viviamo costantemente di emozioni. Solo quando qualcosa ci turba prendiamo coscienza dei nostri stati d’animo.

Ed è proprio in quei momenti che serve rallentare e imparare a capire di quali messaggi sono portatrici le nostre emozioni.

Solo così possiamo vedere la loro bellezza. Altrimenti rischiamo di pensare che siano un ostacolo da combattere, quando in realtà chiedono solo di essere viste e capite.

I piccoli gesti che creano connessione

Le faccine morbide hanno attirato tanti bambini curiosi, trasformando i bronci in grandi sorrisi in pochi secondi.

Ho offerto i nostri pandolci che non solo hanno deliziato i palati dei passanti, ma anche quelli dei vicini di stand 🙂

Il barattolo dei messaggi: quando la casualità diventa magia

E poi c’è stato il barattolo dei messaggi. Questo strumento mi ha letteralmente stupita.

Le persone passavano, pescavano un bastoncino in modo casuale e quando leggevano il messaggio… succedeva qualcosa di incredibile:

C’è stato anche chi si è infastidito (e anche questa è una reazione preziosa!)

C’era chi si commuoveva

Chi sorrideva con gli occhi lucidi

Chi si stupiva di quanto quel messaggio fosse azzeccato alla sua storia personale

Ma tutti, tutti, hanno portato con sé quelle frasi. Tenevano stretto quel bastoncino colorato che, pescato casualmente, era arrivato a dire qualcosa di profondo nelle loro vite.

Questo per me è sempre un piccolo miracolo.

La lezione più grande: abbiamo bisogno di vederci

Abbiamo parlato, scherzato, ballato. Ci siamo visti davvero, con il cuore.

E questa è la scoperta che mi porto dietro, quella che mi ha toccata più profondamente: tutti noi, ancor prima di ricevere informazioni, abbiamo bisogno di essere visti.

Mentre ero lì, le persone si fermavano certamente per chiedere informazioni sui nostri corsi e laboratori. Ma poi iniziavano a parlare di loro, delle loro difficoltà, delle loro storie più intime.

È stato un viaggio spontaneo nella vita e nei sentimenti di quelle persone. Mi hanno aperto le porte del loro mondo interiore.

Perché? Perché abbiamo bisogno di relazioni più dell’aria che respiriamo.

Abbiamo bisogno di vita insieme

Questa esperienza al mercatino mi ha ricordato perché faccio questo lavoro.

Non è per distribuire informazioni sull’educazione emotiva. Non è solo per insegnare tecniche o metodi.

È per creare connessione umana autentica. È per offrire spazi dove le persone possano:

  • Riconoscere finalmente le proprie emozioni
  • Dare un nome ai propri bisogni
  • Sentirsi viste e ascoltate senza giudizio
  • Scoprire che non sono sole in quello che sentono

Due giornate intense, piene, ricche. Due giornate in cui ho toccato con mano che quando creiamo spazi di autenticità, le persone rispondono con tutto il cuore.

Grazie a tutte le persone che si sono lasciate incontrare davvero.

Questo è il regalo più grande che potessero farmi.


Vuoi approfondire l’educazione emotiva?

Se sei interessato a temi di educazione emotivo-affettiva e consapevolezza emotiva, scopri di più sul mio lavoro e sui progetti dell’Associazione Sesto Senso APS.

Organizziamo laboratori mensili, corsi per genitori e insegnanti, interventi nelle scuole e percorsi individuali.

Perché l’educazione emotiva non è un lusso: è la base per costruire relazioni sane e una vita più consapevole.

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La rabbia repressa: perché non riesci a gestirla

Se non riesci a contenere la rabbia o, al contrario, hai paura di tirarla fuori, il problema è sempre lo stesso. E probabilmente non lo stai vedendo.

Chi pensa di averne troppa e chi troppo poca, ma alla fine parliamo sempre di rabbia. E di quanto drammaticamente manchi nella nostra società la comprensione di un’emozione fondamentale che fa parte del nostro istinto di conservazione.

Il paradosso della nostra società: tagliamo fuori le fragilità

Viviamo in un contesto in cui non è consentito essere fragili. E più tagliamo fuori le fragilità, più escludiamo le emozioni dalle nostre relazioni.

Diventiamo sempre più abili a usare la testa e non il cuore.

Eppure sono le fragilità a renderci vivi. Invece di imparare a proteggerle con la nostra parte istintiva, le chiudiamo, isolandole anche da noi stessi.

L’animale che non sente più la rabbia

Ogni animale che non sia eccessivamente addomesticato reagisce con rabbia quando sente una minaccia. Reagisce in caso di attacco, per proteggere i cuccioli o il suo territorio. Non a caso.

L’uomo? È diventato un animale che non sente più e reagisce a caso.

Ti arrabbi per una parola mal detta. Te la prendi con te stesso, con i figli, col collega, il compagno, con il gatto, il topo e l’elefante…

Oppure trattieni, trattieni, trattieni fino a quando poi esplodi.

Quanta fatica. Tutta energia che perdi in mille rivoli.

Ti stai focalizzando sull’obiettivo sbagliato

Il tuo scopo è a monte e non è quello di imparare a gestire la rabbia o a tirarla fuori.

Prima devi capire:

  • Perché covi quella rabbia
  • Verso chi è rivolta davvero

Riappropriarti della tua rabbia non solo ti serve a riacquisire le energie che stai perdendo ogni giorno, ma ti riconnette alla tua parte istintiva che sente.

Recuperare la tua rabbia ti permette di:

Capire chi tenere lontano, fisicamente o emotivamente

Recuperare la percezione di sentire il pericolo

Difenderti quando serve

E indovina un po’? Gli altri ti sentono.

Quindi: meno spiegazioni, meno tempo perso, meno preoccupazioni inutili condite da sensi di colpa inesistenti e zero film mentali.

La rabbia ti spaventa perché non la conosci

Ti farà bene nei rapporti personali, al lavoro e anche nel rapporto con te stessa. Perché non ti percepirai più come vittima e affronterai le difficoltà cambiando copione e quindi modificando l’esito della tua storia.

Come prendere confidenza con la rabbia

Prima devi prendere confidenza con quella parte di te.

Se non ti arrabbi spesso: è facile che ti darà fastidio anche tirare i pugni su un cuscino o urlare, nonostante tu sia sola e in un luogo dove nessuno può vederti. Perché per te la rabbia è qualcosa di spregevole.

Se ti arrabbi spesso: confonderai il motivo per cui sei aggressiva in modo spropositato, scambiando il passato con i fatti presenti.

Prendere coscienza che c’è un rifiuto o un giudizio verso quella tua parte è il primo passo per iniziare a conoscere ciò che ad oggi stai ignorando ma che non ti fa vivere la vita che vorresti.

Le emozioni non sono problemi da risolvere

Ricordo all’università che una mattina la professoressa di Biologia Molecolare iniziò la lezione pronunciando questa frase:

“C’è una cosa bella dei figli, che dimenticano tutti gli sbagli che fai!”

Oggi, quasi trent’anni dopo, ricevo messaggi da persone che chiedono:

  • “Mi aiuti ad arrabbiarmi di meno?”
  • “Ho paura a parlare in pubblico”
  • “Mi insegni un metodo che plachi le mie ansie? A volte mi sembra di impazzire!”
  • “Fatico ad affrontare le novità, mi aiuti ad essere più calma?”

Ecco, vorrei dire a quella professoressa e a tutti i genitori che sono stati anche figli: non dimentichiamo un bel niente.

Semmai mettiamo da parte lontano dalla coscienza, altrimenti impazziremmo. Ma resta tutto lì.

“I bambini si adattano a tutto” (ma a quale prezzo?)

Anche quando sento dire “i bambini si adattano a tutto”, mi si stringe il cuore.

Vorrei ricordare che un bambino non può scegliere da solo di opporsi alle decisioni dei genitori. È costretto ad adattarsi, è nella natura umana.

Ma un conto è adattarsi e un conto è stare bene.

Se c’è da prendere una decisione scomoda che va presa, assicuriamoci di come stanno i nostri figli. E soprattutto, stiamo in quella scomodità con loro. Perché non è “roba loro”.

È certamente un sollievo raccontarci che si adatteranno, ma i risultati di tutti gli adattamenti sono ben visibili intorno a noi tutti i giorni. La calma e la serenità, diciamo, non sono dilaganti in questo mondo.

Non esiste il metodo magico (e va bene così)

Tutti vorremmo avere quel metodo infallibile che:

  • Blocchi le emozioni indesiderate
  • Sia possibilmente veloce
  • Si possa usare in ogni situazione

Ma le emozioni non sono problemi da risolvere né casi da aggiustare.

Le emozioni sono un sentire che va capito. È un sentire a cui manca il ricordo, che va portato a coscienza. Ecco perché si fa sentire così forte.

Le domande che cambiano tutto

Perché ti arrabbi frequentemente?

Da dove arriva tutta questa rabbia?

Se non comprendi, non farai che ripetere l’errore del genitore. Con la differenza che adesso quel genitore sei tu.

Comprendere la rabbia è amare

Comprendere è amare.

Se siamo messi come siamo messi è perché ci è mancato amore. È matematico. E continuiamo a negarlo come ha fatto quel bambino che eravamo, perché ammetterlo fa male.

Nonostante sia tutto davanti ai nostri occhi.

Peccato che il sentire non mente.

La rabbia che non gestisci, che reprimi o che esplodi in modo incontrollato, non è il problema. È il messaggero.

Sta cercando di dirti qualcosa che hai dimenticato, qualcosa che hai messo via perché all’epoca era troppo doloroso sentirlo.

Ma adesso sei adulta. Adesso puoi ascoltare. Adesso puoi comprendere.

E comprendere te stessa è il più grande atto d’amore che puoi fare.


Vuoi lavorare sulla tua consapevolezza emotiva?

Se senti che è arrivato il momento di comprendere davvero le tue emozioni e smettere di esserne vittima, posso aiutarti attraverso percorsi individuali di educazione emotivo-affettiva.

Il lavoro sulle emozioni non è rapido né indolore, ma è l’unico che trasforma davvero la tua vita.

Perché quando comprendi, smetti di ripetere. E finalmente inizi a vivere.

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Il mito del distacco emotivo che ci rovina: “Sei troppo emotiva!”

“Se sei troppo emotiva non va bene!”

Quante volte l’hai sentito dire? Quante volte te lo sei detta tu stessa?

L’emotività è trattata come una sciagura. Se ridi sei superficiale, se piangi sei debole, se ti arrabbi sei pazza!

Vai bene solo se riesci ad essere impassibile, calma (la calma è oro puro, vero?) e soprattutto distaccata.

Il desiderio più ricorrente: “Vorrei essere più distaccata”

“Vorrei imparare ad essere più distaccata” è il desiderio che sento più frequentemente dalle mie allieve.

Donne in carriera, professioniste di successo, madri, imprenditrici. Tutte vogliono la stessa cosa: smettere di sentire così tanto.

Ma ti dico una cosa che forse non vuoi sentire: chi cerca il distacco dalle emozioni non ha capito cosa significa vivere.

E di sicuro non ha capito cosa significa vivere e lavorare pienamente.

La verità sul distacco emotivo

Prendere le distanze dalle proprie emozioni significa prendere le distanze da sé.

È semplice, matematico, inevitabile.

Le emozioni degli altri ci disturbano perché evocano le nostre emozioni personali. Evocano ricordi, esperienze, dolori che abbiamo cercato di nascondere.

Perché? Perché la porta dei sentimenti è una sola.

Se la apro, esce fuori tutto: il bello e il brutto, la gioia e il dolore, l’amore e la rabbia.

Il paradosso che non vogliamo vedere

Ecco che invece di voler imparare a capire quell’emotività, vogliamo imparare a:

  • Non sentire
  • Non farci coinvolgere
  • Bloccare tutti i sentimenti

MA continuiamo a desiderare felicità e serenità.

Vedi il problema?

L’equazione che non torna: emozioni selettive

Quello che molti non considerano è questa verità fondamentale: chi sente la felicità sente necessariamente tutto il resto. È questione di logica pura.

Se hai la sensibilità per cogliere un momento di felicità, non puoi essere insensibile ai dolori di questo mondo.

Non funziona così. Non puoi aprire la porta solo a metà. Non puoi dire “entri tu sì, tu no” alle emozioni. O sono tutte dentro o sono tutte fuori.

Come compensiamo: la società dello sfogo controllato

Il mondo vuole essere chiuso ai sentimenti. Ma gli mancano disperatamente.

E allora diventa spettatore attraverso:

I film e le serie TV

Dove possiamo piangere, commuoverci, ridere senza essere giudicati. “Sto solo guardando un film, non è roba mia.”

Le vite spettacolarizzate sui social

Dove viviamo le emozioni degli altri invece delle nostre. Dove possiamo arrabbiarci per questioni che non ci toccano direttamente.

Il tifo sfrenato nello sport

Dove è socialmente accettabile urlare, piangere, esultare, disperarsi. Dove possiamo sfiatare la pentola a pressione che tiene tutte le emozioni bloccate da anni.

La droga socialmente accettata: il lavoro totale

E poi c’è la dedizione totale al lavoro.

È come i videogiochi per i ragazzi, con la differenza che il lavoro è accettato perché è produttivo. Ma l’effetto è lo stesso:

Per non avere a che fare con i miei sentimenti:

  • Mi tengo impegnata
  • Lavoro dalla mattina alla sera
  • Non ho tempo neppure di andare in bagno (così trattengo tutto, anche i bisogni fisiologici)
  • Occupo la mente costantemente
  • Non sento quello che ho dentro

Sempre reperibili, sempre occupate

Siamo sempre reperibili, come se tutti facessimo lavori che salvano vite.

Ma la verità è un’altra: pur di non prenderci la responsabilità di salvare la nostra vita, fingiamo che il lavoro sia sempre urgente, sempre prioritario, sempre più importante di noi stesse.

La risposta che forse non vuoi sentire

Quindi a chi crede che il distacco sia la soluzione, rispondo così:

Ne avrai di tempo per essere distaccata dalle tue emozioni dopo la morte.

Nel frattempo siamo qui. Vive. Senzienti. Umane.

E forse sarebbe più utile imparare a:

  • Conoscerci di più
  • Capirci davvero
  • Fare il possibile per vivere al meglio
  • Con i piedi piantati per terra

Non in qualche fantasia di serenità olimpica dove non sentiamo nulla.

La vera forza: il coraggio di sentire

Comprendere se stessi è comprendere anche gli altri.

Vedere noi stessi è vedere anche gli altri.

La vera forza non sta nel distacco.

La vera forza sta nel coraggio di dire: “Ti sento e voglio comprenderti” – prima di tutto a noi stessi.

Emozioni e vita professionale: l’integrazione possibile

Le emozioni non possono esulare dal lavoro.

Non puoi lasciarle fuori dall’ufficio come si lascia l’ombrello all’ingresso.

Le porti con te. Sempre. Che tu lo voglia o no.

Una corretta educazione emotiva ci permette di integrare emotività e vita professionale senza:

  • Perdere professionalità
  • Sembrare deboli
  • Essere sopraffatte
  • Risultare “troppo emotive”

Come si fa concretamente?

Riconoscere che le emozioni ci sono e hanno una funzione.

Nominare quello che senti invece di reprimerlo.

Comprendere il messaggio che l’emozione porta.

Scegliere come agire, invece di reagire o bloccarti.

Comunicare in modo chiaro i tuoi bisogni professionali ed emotivi.

Non è questione di “sfogare tutto” sul posto di lavoro. È questione di non dissociarti da te stessa per otto ore al giorno.

L’intelligenza emotiva non è debolezza

Quando lavoro con professioniste di alto livello, noto sempre la stessa cosa:

Le donne che hanno paura di essere “troppo emotive” sono spesso quelle con la maggiore intelligenza emotiva.

Sentono di più. Percepiscono di più. Capiscono di più.

E invece di vedere questo come il superpotere che è, lo vivono come una condanna.

Ma dimmi: in un mondo che ha bisogno di più empatia, più connessione, più umanità, perché dovremmo aspirare a diventare robot?

La domanda vera

Non è “come faccio a essere meno emotiva?”

La domanda vera è: “Come faccio a usare la mia emotività come risorsa invece che come ostacolo?”

E questa è una domanda completamente diversa.

Con una risposta completamente diversa.

Conclusione: scegli di sentire

Puoi continuare a inseguire il mito del distacco emotivo.

Puoi continuare a seppellirti di lavoro per non sentire.

Puoi continuare a guardare le vite degli altri invece di vivere la tua.

Oppure puoi scegliere il coraggio.

Il coraggio di sentirti. Di conoscerti. Di integrarti.

Il coraggio di essere pienamente umana, anche al lavoro, anche nelle sfide, anche quando è scomodo.

Perché la vita non aspetta che tu sia pronta, distaccata, perfettamente serena.

La vita è adesso. Con tutte le emozioni che comporta.


E tu? Qual è la tua esperienza nel bilanciare emotività e vita professionale?

Raccontamelo nei commenti. Mi piacerebbe sapere come vivi questa sfida quotidiana.


Vuoi imparare a integrare emotività e professionalità?

Se senti che le tue emozioni ti ostacolano invece di aiutarti, posso accompagnarti in un percorso di educazione emotiva personalizzato.

Non per diventare “meno emotiva”, ma per trasformare quella sensibilità in una delle tue risorse più potenti.

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IL VALORE DELL’ATTESA

Dicembre, il mese delle luci scintillanti, dei profumi di cannella e zenzero, delle strade addobbate a festa. Per me, dicembre è sempre stato un mese magico, fin da quando ero bambina. Ricordo l’attesa febbrile del Natale, un’attesa fatta di lavoretti a scuola, poesie imparate a memoria, letterine piene di speranze e biglietti glitterati per i miei genitori. Canti, recite, l’aria vibrante di aspettativa… forse è per questo che la notte di Natale arrivavo con la febbre alta! L’emozione era tanta che il mio piccolo corpo faticava a contenerla.

E adesso? Da adulti, come viviamo l’attesa? Le nostre giornate sono spesso una corsa contro il tempo da un impegno all’altro, da un pensiero all’altro, da un’urgenza all’altra (ormai anche definire un’urgenza è diventato difficile). Attendere ci sembra una perdita di tempo. Sembra quasi che ogni spazio “vuoto” debba essere riempito per rispondere all’esigenza di efficienza. Ma se ci fermiamo a riflettere, quanto tempo della nostra vita trascorriamo nell’attesa? Nell’attesa di tempi migliori, nell’attesa di risposte, di incontrare la persona giusta, di un colpo di fortuna, nell’attesa che arrivi finalmente il tuo momento, nell’attesa di un figlio (il mio secondo figlio nacque il 21 dicembre e l’ho atteso proprio come un regalo di natale). Ogni attesa, grande o piccola che sia, ci mette in contatto con un piccolo vuoto e con una qualità di silenzio.

A volte, per evitare quello spazio vuoto, tendiamo a riempirlo, o addirittura a prevenirlo. Eppure quel vuoto ha spesso un significato fisiologico. Nella musica esistono le pause senza le quali si perdono ritmo e armonia. Dopo ogni richiesta c’è una pausa indispensabile per sentire il bisogno e definire noi stessi dal mondo esterno. Stare nella mancanza ci definisce e ci rende consapevoli di essere in grado di sopravvivere anche nella mancanza e ci rende creativi per trovare risorse utili al superamento delle difficoltà.

Allora, la domanda che possiamo porci è: che cosa incontriamo lì, in quello spazio dell’attesa? Cosa mettiamo dentro quel tempo? Mettiamo le nostre aspettative, i nostri progetti, i nostri desideri, ma anche il timore di rimanere delusi. L’attesa è un crocevia di emozioni, un momento in cui le nostre speranze e le nostre paure si mescolano.

A proposito di desideri: è facile incontrarli, i nostri desideri più autentici? In questi giorni in cui i bambini preparano le letterine a Babbo Natale, anche noi potremmo fare questo esercizio. Cosa chiederebbe il bambino, la bambina che è dentro di noi? Cosa aspetta?

Fermarsi, respirare e ascoltare. Questo mese di dicembre, mentre le luci brillano e l’atmosfera si fa più intima, proviamo a riscoprire la magia dell’attesa. Non come un’interruzione, ma come un’opportunità. Un’opportunità per riconnetterci con noi stessi, con i nostri desideri più profondi, e con la bellezza del momento presente.

Qual è l’attesa più significativa che stai vivendo in questo momento? E cosa ti sta insegnando?

Foto di Photo By: Kaboompics.com: https://www.pexels.com/it-it/foto/natale-scatole-sfondo-albero-di-natale-5469807/

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