Il Guardiano del Cuore: come il pericardio protegge le tue emozioni

Perché parlare di pericardio in un blog dedicato alle relazioni umane e all’educazione emotiva?

Perché esistono connessioni profonde tra materie che a scuola ci abituano a separare. E una delle più affascinanti è quella tra il nostro corpo fisico e il nostro mondo emotivo.

Oggi voglio portarti alla scoperta di una parte del tuo corpo fondamentale, su cui nessuno si sofferma: il pericardio.

Che cos’è il pericardio?

Il pericardio è una sorta di sacco fibroso che protegge il nostro cuore. Ha lo scopo di evitare che il cuore si dilati eccessivamente, ma anche che si comprima troppo. Funziona un po’ come un guanto che avvolge e sostiene.

Ma c’è molto di più.

Il cocchiere che guida i cavalli

Possiamo immaginare il pericardio come un cocchiere che guida i cavalli con le redini. Infatti, per ogni cerniera vertebrale esistono dei tendini collegati al pericardio.

Questa immagine non è solo poetica: è anatomicamente accurata.

Cosa accade quando il pericardio si comprime? A seconda dei “fili” che tira, gli organi collegati ai nervi spinali ne risentono a livello funzionale.

Se il pericardio tira le redini → l’organo si blocca e funziona male

Se il pericardio lascia morbide le redini → gli organi funzionano bene

Le connessioni nascoste: dal cuore al cervello

I collegamenti con il pericardio arrivano persino dentro al nostro cervello, influenzando strutture fondamentali come:

  • Ipofisi (ghiandola pituitaria)
  • Talamo (centro di smistamento sensoriale)
  • Epifisi (ghiandola pineale)
  • Ipotalamo (regolatore delle funzioni vitali)

Questo significa che la tensione del pericardio può influenzare l’intero sistema nervoso ed endocrino.

Non è straordinario?

Quando il pericardio tira le redini: la risposta allo stress emotivo

Ecco il punto cruciale: il compito del pericardio è proteggere il cuore dagli attacchi emotivi.

Il suo obiettivo è mantenere il cuore tranquillo, al sicuro.

Oggi sappiamo che qualunque stress di tipo emotivo va a toccare il pericardio. E come tutte le cellule del nostro corpo, il pericardio ha una memoria. Gli stress emotivi che si ripetono creano una disfunzione nel tempo.

Stomaco, emozioni e pericardio

L’apparato digerente non funziona bene se il pericardio tira i tendini della bocca dello stomaco.

Hai presente quella sensazione di “stomaco chiuso” quando sei ansiosa o preoccupata? Non è solo una metafora. È il tuo pericardio che sta tirando le redini.

Puoi seguire un’alimentazione equilibrata, ma se trascuri la tua affettività, i risultati saranno limitati.

Perché? Perché il tuo stato emotivo influenza la tua fisiologia.

L’equilibrio perduto: quando usciamo dalla giusta misura

In natura tutto è in equilibrio: né troppo, né troppo poco.

Se il mio stato emotivo non è sano e agisce sul pericardio:

  1. Il pericardio si contrae
  2. Frena le funzioni dell’apparato digerente
  3. Starò male anche seguendo una dieta perfetta

Al contrario: Se ho un’affettività sana ma mangio male, la mia fisiologia ne pagherà comunque le conseguenze.

La soluzione sta nella giusta misura. Nell’integrazione.

Il circolo vizioso dello stress

Tutte le volte che usciamo dalla giusta misura entriamo in loop che non si aggiustano da soli.

Se entro in stress emotivo cronico:

  1. Entro in un circuito disfunzionale
  2. Potrebbero servire farmaci
  3. I farmaci procureranno altri effetti sul corpo
  4. Il circolo continua

Qualunque patologia degli affetti si ripercuote sulla tensione del pericardio, che diventa un accumulatore di malattie.

La medicina integrata: corpo e mente insieme

Questo è il cuore del messaggio: non possiamo più permetterci di separare il corpo dalla mente, la fisiologia dalle emozioni.

Quando lavoro con le persone sull’educazione emotiva, non le sto solo aiutando ad essere più consapevoli delle loro emozioni. Sto contribuendo alla loro salute fisica globale.

Ogni volta che impari a:

  • Riconoscere un’emozione
  • Nominarla
  • Comprenderla
  • Esprimerla in modo sano

Stai letteralmente liberando il tuo pericardio dalla tensione accumulata.

Cosa puoi fare concretamente

Ascoltare il tuo corpo è il primo passo:

  • Dove senti tensione quando sei stressata?
  • Come reagisce il tuo stomaco alle emozioni forti?
  • Quali sintomi fisici compaiono nei periodi emotivamente difficili?

Prenderti cura delle tue emozioni non è un lusso: è prevenzione sanitaria.

Integrare approcci diversi: alimentazione sana, consapevolezza emotiva, movimento, relazioni autentiche.

Il pericardio libero: la via verso la salute integrale

Liberare il pericardio significa:

  • Permettere al cuore di battere liberamente
  • Agli organi di funzionare al meglio
  • Al corpo di autoregolarsi
  • Alle emozioni di fluire senza blocchi

È una visione della salute che abbraccia l’essere umano nella sua totalità indivisibile.

Torniamo all’integrazione

Abbiamo passato troppo tempo a separare ciò che è naturalmente connesso.

Il tuo cuore fisico e il tuo “cuore emotivo” non sono due entità separate. Sono la stessa cosa vista da prospettive diverse.

Prenderti cura delle tue emozioni significa prenderti cura del tuo corpo. E viceversa.

Il pericardio ci insegna che la protezione, quando diventa rigidità cronica, si trasforma in gabbia.

E che la vera salute sta nell’equilibrio dinamico, nella capacità di proteggersi quando serve e di aprirsi quando è sicuro.

Bibliografia e approfondimenti

Testi fondamentali:

  • Gascon, M. (2008). Viva il pericardio libero. Viva la vita! – Testo pionieristico sulla funzione emotiva del pericardio

Approfondimenti consigliati:

  • McCraty, R., Atkinson, M., Tomasino, D. (2001). Science of the Heart: Exploring the Role of the Heart in Human Performance. HeartMath Research Center – Studi sulla connessione cuore-cervello
  • Pert, C. (1997). Molecules of Emotion: The Science Behind Mind-Body Medicine. Scribner – Le basi scientifiche della medicina psicosomatica
  • Damasio, A. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. Putnam – La neurobiologia delle emozioni

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MI MANCA COME STAVO CON LUI.

“Mi manca come era stare con lui!”

“Mi manca come ero io quando stavo insieme a lui, come mi faceva sentire, come stavamo bene insieme.”

Quando una storia finisce ti senti come se un pezzo di te ti fosse stato strappato via, lasciando un vuoto difficile da colmare. Vai avanti, certo, la vita ci spinge a farlo e siamo programmati per andare avanti. Trovi la forza, a modo tuo, di affrontare le giornate, di riprendere in mano i fili interrotti. Ma spesso, nel silenzio dei pensieri, serpeggia una malinconia sottile, la mancanza di come stavi con lui.

Non sorridi più con la stessa spensieratezza, quell’entusiasmo contagioso sembra essersi affievolito, la vitalità di un tempo appare un ricordo lontano. Semplicemente, stai andando avanti.

Ti sei mai chiesta cosa ti manca davvero? È solo la sua presenza fisica, le sue abitudini, la sua voce? O c’è qualcosa di più profondo, di più intimo?

Le persone con cui scegliamo di condividere un tratto del nostro cammino agiscono come specchi potenti.

Riflettono parti di noi che magari non sapevamo di possedere, ci spingono a esplorare territori inesplorati della nostra anima. Quando amiamo e ci sentiamo amate, fioriscono in noi qualità, energie, talenti che non riconosciamo come nostri semplicemente perché inespressi.

Ecco che quando quella persona non c’è più, non è tanto la sua assenza in sé a farci soffrire, quanto la mancanza di come quella persona ci faceva sentire. Ci manca quella versione di noi stesse che quella relazione aveva saputo risvegliare. Sentiamo la mancanza di noi, di tutte quelle parti luminose che non sapevamo di avere, di quelle energie vibranti che non credevamo di possedere.

Ed è qui, proprio in questo punto di consapevolezza, che si apre una nuova, straordinaria possibilità. Quelle parti di voi non sono scomparse con la fine della relazione.

Sono ancora lì, dentro di te, in attesa di essere riconosciute e nutrite. Sono emerse perché si sentivano amate, desiderate, pensate. E ora, avete l’opportunità di rivolgere quell’amore, quella cura, quella considerazione a te stessa.

Ringrazia quella persona e quella relazione, anche se il dolore è ancora vivo. Ringraziali per averti mostrato chi potresti essere quando ti senti amata. Quel potenziale è ancora in te.

E ora è il momento di intraprendere un nuovo viaggio.

Puoi iniziare chiedendoti:

  • Quali abilità hai tirato fuori in quella relazione? Rifletti sulle tue risorse, sui talenti che hai scoperto o affinato durante quel periodo. Eri più paziente? Più creativa? Più sicure di te? Annota tutto ciò che ti viene in mente.
  • Pensa a come potresti applicare quelle qualità ritrovate in altri ambiti della tua vita: il lavoro, le amicizie, i progetti personali.
  • Individua quali erano i gesti, le parole, le attenzioni che ti facevano sentire speciale. Come puoi offrirti quelle stesse cose adesso?
  • Riconosci i tuoi bisogni emotivi, di supporto, di compagnia. Come puoi trovare nuovi modi per soddisfarli?
  • Ogni esperienza, anche dolorosa, porta con sé un insegnamento prezioso. Quali sono le lezioni che puoi trarre da questa relazione finita? Cosa cerchi veramente in un legame affettivo?

Il dolore è un passaggio naturale, ma non deve oscurare la luce che è in te. Abbi cura di te, con la stessa dolcezza e attenzione che forse un tempo rivolgevi a un altro. Inizia a sorridere a quella meravigliosa persona che sei, con la consapevolezza di una forza interiore che nemmeno immaginavi di possedere.

Tu sei quell’amore che cerchi nell’altro/a.

IL PROFUMO DELL’ATTESA.

Qualche giorno fa ho pensato di ripulire i vasi del balcone di casa, c’erano diverse erbe spontanee e con l’occasione ho comprato della terra fresca e dei semi da piantare.

Fare giardinaggio è una di quelle attività che mi mette quiete. Sarà il sole, il cinguettio degli uccelli, il tepore primaverile, tutto mi fa sentire in pace, a casa.

Ho deposto i semi con cura quasi come a seguire un rituale che mi ha regalato un inatteso senso di serenità che mi sono accorta mancare in questo periodo piuttosto frenetico. Ogni mattina, il rito si ripete: l’acqua fresca che penetra la terra scura, nutrendo il potenziale nascosto. Ed è in questo semplice gesto che si insinua un’emozione duplice, un sussurro che mi riporta indietro nel tempo.

C’è la gioia sottile dell’attesa. È la stessa trepidazione che provavo da bambina la notte prima di un’occasione speciale.

Ma c’è anche, inevitabilmente, l’ombra fugace dell’impazienza. Quella vocina interiore, eco lontana dei capricci infantili, che vorrebbe accelerare il tempo, spiare sotto la terra per assicurarsi che l’attesa non sia vana.

Riconosco quella sensazione. È la stessa che vedevo negli occhi curiosi di mio figlio quando piantava i suoi primi fagioli magici, scrutando il vaso ogni ora, deluso dalla lentezza del germoglio. È la nostra parte bambina, quella che fatica a comprendere i ritmi lenti e misteriosi della natura, quella che anela al risultato immediato, alla gratificazione istantanea.

E qui in questo piccolo angolo verde del mio quotidiano, trovo la metafora di un’altra pratica, che come un seme richiede cura e pazienza: la meditazione. Ogni giorno mi siedo, chiudo gli occhi e porto l’attenzione al respiro e nutro la mente proprio come l’acqua nutre i semi. Inizialmente, nulla accade. La mente può sembrare ancora agitata, i pensieri danzano come polvere nel sole. Ma in quell’atto costante di “annaffiare” la mia interiorità, di riportare gentilmente l’attenzione al presente, sto nutrendo la quiete, sto ripulendo lo spazio interiore lasciando andare via tutto quello che non mi serve.

Non vedo subito i risultati, proprio come non vedo il germoglio il giorno dopo aver piantato il seme. Ma so, intimamente, che questo prendersi cura, questa dedizione silenziosa, sta costruendo qualcosa di prezioso. Sta radicando la serenità, sta preparando il terreno per una fioritura più grande.

Quante volte, nella frenesia delle nostre vite, vorremmo vedere subito i frutti dei nostri sforzi? Desideriamo risposte immediate, soluzioni rapide, la fioritura istantanea dei nostri progetti e dei nostri desideri. Ma la natura ci insegna una lezione fondamentale: la crescita è un processo graduale, un movimento lento e inesorabile che non può essere forzato. Tentare di accelerare i tempi, di “tirare” la piantina per farla crescere più velocemente, rischia solo di compromettere il suo sviluppo, di spezzare la sua vitalità.

Così è anche per la nostra pace interiore. Non possiamo pretendere di raggiungere la serenità con uno sforzo improvviso e violento. Richiede costanza, gentilezza verso noi, la capacità di nutrire la nostra interiorità giorno dopo giorno, accettando i tempi lenti e misteriosi della trasformazione.

Guardando i miei vasi, so che arriverà il giorno in cui timidi germogli faranno capolino dalla terra. Sarà una piccola gioia, un segno tangibile della mia cura e della pazienza. Ma la vera magia risiede in questo momento presente, nell’atto di annaffiare con fiducia, sapendo che anche se nulla è ancora visibile, la vita sta silenziosamente compiendo il suo corso.

Siamo capaci di nutrire e aspettare? Quanto sei disposta a fidarti del processo?

Che cosa stai coltivando in questo momento nella tua vita? (Progetti, relazioni, aspetti di te che stai cercando di sviluppare).

Come ti senti di fronte all’attesa dei risultati? Riconosci in te quella parte “bambina” impaziente?

In quali momenti della tua vita hai sperimentato la bellezza e la saggezza di un processo lento e graduale? Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?

Quali piccoli gesti quotidiani compi per “annaffiare” la tua serenità interiore?

Senso di colpa: perché le donne lo indossano come un accessorio

Il senso di colpa è senza dubbio l’accessorio che noi donne indossiamo più frequentemente.

Lo portiamo addosso come una seconda pelle. Ci accompagna al lavoro, a casa, nelle relazioni, nelle scelte. È sempre lì, pronto a farsi sentire.

Ma a differenza di un accessorio che scegliamo con cura, questo ce lo siamo ritrovate addosso. E spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto pesi.

Quando il senso di colpa diventa una prigione

Certo, il senso di colpa può fornire informazioni preziose per rimediare agli errori. Ma troppo spesso diventa qualcosa di molto diverso: una visione ristrettissima della vita che causa sofferenza e blocca le persone, annullando ogni cosa come se nulla avesse più senso dopo uno sbaglio.

Il caso delle donne ad alto rendimento

Conosco diverse donne con cui ho lavorato che hanno raggiunto ottimi risultati in ambito professionale e personale. Ma se hanno fatto un errore, vedono solo quello, pregiudicando l’esito di tutto il lavoro svolto.

Un progetto portato a termine con successo? Non conta, perché c’è stato quel piccolo errore.

Una relazione che funziona? Eclissata da quella volta in cui hanno reagito male.

Ricordo in particolare una delle mie allieve che non riusciva a prendere decisioni importanti per se stessa perché la madre faceva leva proprio sul suo senso di colpa affinché facesse quello che desiderava lei.

“Se fai questa scelta mi fai soffrire.” “Dopo tutto quello che ho fatto per te…” “Come puoi essere così egoista?”

La verità che nessuno ti dice sugli errori

Se hai sbagliato, sei stata poco attenta, preparata o poco presente, c’è una verità fondamentale che devi accettare: era il meglio che potevi fare in quella situazione.

Il passato è passato.

Adesso è utile che tu faccia qualcosa per rimediare, se è possibile. Perché adesso sei consapevole e responsabile.

Ma continuare a punirti non serve a niente.

Gran parte dell’infelicità deriva proprio dal senso di colpa.

Le radici biologiche (e culturali) del senso di colpa

Anche in biologia il senso di colpa ha un senso: se non imparo le regole del gruppo di appartenenza, vengo allontanata. E quindi soffro.

È un meccanismo di sopravvivenza sociale.

Ma il senso di colpa morale, inteso come cattiveria, è tipicamente umano. Non esiste in natura. E viene tramandato di generazione in generazione attraverso l’educazione.

L’origine del senso di colpa: il giudizio infinito

L’origine del senso di colpa è un giudizio che non finisce mai e che blocca.

Quante volte da piccole, dopo uno sbaglio, ci siamo sentite dire:

  • “Sei la solita!”
  • “Guarda cosa hai combinato!”
  • “Te l’avevo detto!”
  • “Possibile che non impari mai?”
  • “Cosa devo fare con te…”

Ciascuna ha il proprio ritornello personale che un tempo arrivava dai grandi e adesso si è installato nella nostra mente, attivandosi autonomamente per dirti che non vai bene.

Il danno più grande: mettere in discussione l’identità

Ecco il punto cruciale: quando sei piccola, mettono in discussione la tua identità.

Non è solo quel comportamento che è sbagliato. Io sono sbagliata.

Non è “hai fatto una cosa stupida”, è “sei stupida”. Non è “hai sbagliato”, è “sei un errore”.

Questa è la differenza che cambia tutto.

Il grande inganno del senso di colpa

Crediamo che il senso di colpa sia:

  • Il mezzo per non diventare egoisti
  • Lo strumento per correggere la cattiveria
  • La strada per diventare persone migliori

È esattamente il contrario.

Il senso di colpa ti blocca in un loop di autocommiserazione e autopunizione che non produce nulla di costruttivo.

La vera formula: dalla colpa all’azione

Ecco la verità liberatoria: se dal senso di colpa togli la rabbia (contro te stessa), puoi usare quell’energia bloccante per agire e rimediare.

Il senso di colpa dice: “Sono cattiva, non valgo niente, ho rovinato tutto.” La responsabilità dice: “Ho fatto un errore. Cosa posso fare adesso per migliorare la situazione?”

Vedi la differenza?

Come riconoscere quando il senso di colpa ti sta sabotando

Segnali che il senso di colpa è diventato disfunzionale:

  1. Paralizzi le tue decisioni – Rimandi scelte importanti per paura di sbagliare o di ferire qualcuno
  2. Vedi solo gli errori – Anche quando ottieni grandi risultati, ti concentri solo su ciò che non è andato perfetto
  3. Ti senti in colpa per tutto – Anche per cose che non dipendono da te o per bisogni legittimi
  4. Non riesci a dire di no – Per paura di deludere o di sembrare egoista
  5. Ti punisci costantemente – Con pensieri negativi, autosabotaggio, o negandoti il piacere
  6. Gli altri manipolano il tuo senso di colpa – Familiari, partner o amici lo usano per ottenere ciò che vogliono

Dalla colpa alla responsabilità: il cambiamento possibile

La differenza tra senso di colpa e responsabilità è questa:

Il senso di colpa ti blocca nel passato, nel giudizio, nella paralisi.

La responsabilità ti porta nel presente, nell’azione, nella possibilità di cambiamento.

Passi pratici per liberarti

  1. Riconosci il ritornello – Qual è la frase che si ripete nella tua mente? Da dove arriva?
  2. Separa il comportamento dall’identità – “Ho fatto un errore” ≠ “Sono un errore”
  3. Chiediti: posso rimediare? – Se sì, fallo. Se no, accetta e vai avanti.
  4. Trasforma la rabbia verso te stessa in energia per l’azione – Quella energia c’è, usala in modo costruttivo
  5. Impara a distinguere – Vero senso di responsabilità vs. colpa indotta da altri
  6. Dai valore ai tuoi bisogni – Non sei egoista se ti prendi cura di te

La rivoluzione del permesso

Permettiti di:

  • Sbagliare senza essere “sbagliata”
  • Prendere decisioni per te anche se qualcuno non sarà contento
  • Dire no senza sentirti in colpa
  • Vedere i tuoi successi, non solo gli errori
  • Essere umana, imperfetta, in cammino

Il senso di colpa non ti rende una persona migliore. La consapevolezza e la responsabilità sì.

E questa è una differenza che può cambiare la tua vita.


Vuoi lavorare sul tuo senso di colpa?

Se riconosci in te questi schemi e vuoi imparare a trasformare il senso di colpa in responsabilità costruttiva, posso aiutarti attraverso percorsi individuali di educazione emotiva.

Liberarsi dal senso di colpa cronico è possibile. E ti apre la porta a una vita più autentica e libera.

QUANDO NON RIESCI A SCEGLIERE

Esistono dei momenti della vita in cui ti blocchi e inizi a chiedere pareri e a vedere come si muovono gli altri e a volte chi ti sta vicino non ti sostiene, ti fa vedere tutti gli aspetti negativi scoraggiandoti.

Quindi resti lì perché sei più sicura, perché è meno peggio. 

Ma tu stai male e non comprendi il perché.

Il fatto è che in tutto questo non hai contemplato TE e la tua vera scelta non è quella di restare lì ma è di VIVERE A METÀ .

Se credi che gli altri ne sappiano più di te, 

allora accetti anche il risultato della decisione che ti portano a prendere: 

gli altri sono tranquilli e tu ti senti a metà perché é una TUA scelta di vita.

Ecco il pensiero che non finiró mai di ringraziare perché per me è stato come uno schiaffo! 

Una delle tante sere in cui mi perdevo nei miei pensieri ossessivi ho realizzato che la scelta di rimanere lì, di non rischiare, di non cambiare era la scelta degli altri e non la mia ecco perché mi sentivo soffocare.

Avevo bisogno di me, avevo bisogno dei miei errori, di esperienze che sapessero di me e non di altri. 

E questo fa tutta la differenza tra avere fiducia in te stessa e mettere la tua vita nelle mani degli altri.

Ecco perché quando durante le sessioni individuali sento frasi come:

❌ “non ho seguito il mio sogno di fare la sarta perché mio marito mi diceva che non avevamo bisogno di soldi”

❌”Non ho ripreso a lavorare perché mia madre mi ha detto che i miei figli avrebbero avuto bisogno di me”

❌”Ho rinunciato ad avere figli perché a mio marito non piacciono”

❌”Non ho cambiato lavoro perché ormai a quest’età chi mi prende??”

Ti dico che siamo qui per vivere la nostra vita e non per farci carico dei dispiaceri e frustrazioni degli altri!

E tutte le volte che esprimi te stessa liberamente sappi che non lo stai facendo solo per te ma stai mandando un messaggio al mondo 🌏 anche per tua figlia, per tua madre, per le tue amiche, per tutte le donne di adesso e per quelle che verranno. 

Non sei sola, ci siamo tutte noi, non dimenticarlo mai e abbi coraggio perché ogni parola detta, azione fatta, idea tradotta in progetto è un piccolo seme che potrebbe germogliare nel terreno ma se lo tieni in mano rimarrà solo un seme che poteva essere e non è stato ❤️

E se dovessi sentire che le decisioni da prendere sono troppe, ti senti appesantita e confusa, sappi che insieme possiamo affrontare tutto quanto.

LE EMOZIONI SONO REALI?

Ti capita mai di pensare che se senti una particolare emozione allora quella situazione che stai vivendo è reale?

Certo, per il corpo è senz’altro così perché è autentico.

Tutte le sensazioni percepite dal corpo ci sono realmente, MA c’è dell’altro.

Il corpo è un perfetto rilevatore di come NOI osserviamo la realtà.

L’osservazione della realtà è personale, ciascuno di noi da significati diversi a ciò che vive, in base alle esperienze vissute, all’educazione, alle convinzioni…

Infatti quante volte ti sarà capitato di vivere o assistere a situazioni particolari davanti alle quali ti sei accorto che le persone hanno reagito in maniera diversa a parità di evento capitato.

Ecco che in questo caso utilizziamo le emozioni esattamente come i giudizi dando un significato e quindi creandomi una rappresentazione della situazione che sto vivendo e che potrebbe non corrispondere alla realtà.

Ad esempio, immagina di vedere uno scorpione sul pavimento di casa, non so te ma io mi spaventerei tantissimo e sicuramente inizierei ad agitarmi preoccupandomi di capire cosa fare (essendo biologa non penserei mai ad ucciderlo).

Poi scopri che qualcuno ti ha fatto uno scherzo e vedi che quello scorpione è finto.

Il tuo stato emotivo cambia e cambia perché è cambiato il significato che hai dato allo scorpione (da vero a giocattolo)

Ecco che dunque la sensazione è assolutamente vera ma risponde alla rappresentazione personale e non alla realtà.

Ricorda dunque che quando ti senti sopraffatto dalle emozioni dietro c’è sempre una tua rappresentazione.

Come capire quanto la nostra interpretazione sia affidabile?

Utilizza il confronto e fai domande.

“Perché mi dici questa frase?” “Come mai mi guardi in questo modo?” “Forse ho frainteso?”

Domande che siano di curiosità, per capire e conoscere meglio la situazione in cui ti trovi (prima di partire all’attacco in una discussione, ad esempio)

Se la prossima volta terrai presente che dietro alle tue emozioni ci sono le tue personali interpretazioni, scoprirai un mondo mai considerato e che ti aiuterà a migliorare non solo la tua comunicazione ma anche le tue relazioni.

Non riesco a cambiare!

Lavorando sui blocchi emotivi non è raro parlare con persone che riferiscono di conoscere bene i loro problemi e nonostante la volontà di cambiare restano lì.

Come se girassero in un labirinto di specchi dove l’eccesso della visione di se impedisce di vedere l’uscita.

In genere sono persone controllate, molto razionali, intelligenti e spesso con uno sbilanciamento marcato tra la parte mentale e la parte emotiva.

La prima è predominante rispetto alla seconda che viene svalutata e lasciata in disparte.

La parte mentale e razionale ingabbia letteralmente la parte emotiva.

“ Si so qual è il mio problema ma le ho provate tutte e non so più che strade prendere, che cosa posso fare?”

Le persone razionali, sono persone spesso pratiche e proiettate all’esterno, ma nell’interno l’inconscio parla un’altra lingua: il fare si risolve in una comprensione di concetto ma non arriva a compiere il processo di trasformazione.

Le cause possono essere diverse, possono risalire al voler essere visti e quindi attribuire grande valore ai risultati esteriori.

Ad una vita dedicata alla preparazione, allo studio ma poco alla vita.

Chi ha dovuto prendere il posto dei genitori e assumere un ruolo non adatto alla sua giovane età.

A volte il “voler cambiare” diventa uno stile di vita nel quale ci si abitua all’insoddisfazione cronica perché a livello inconscio esistono vantaggi e comodità a cui non si vuole rinunciare.

Si può voler rivolgere l’attenzione su di se, l’apprensione di chi ci sta intorno e questo copione non facciamo che ripeterlo costantemente a volte fin da piccoli con strategie differenti.

Le persone troppo mentali restano fissate sui problemi e restano impantanate per paura di esplorare fuori dal conosciuto.

Se so di conoscere il mio problema senza sapere come risolverlo significa che non lo conosco proprio bene o non lo guardo in modo efficace e quindi dovrò utilizzare un nuovo atteggiamento, una nuova visione.

I disagi interiori non si curano cercando di sforzarsi di correggerli e capire ma imparando a integrare i propri lati nascosti.

Per questo diventa fondamentale allenare la consapevolezza e la percezione di se stessi, sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva.

Dare spazio agli stati d’animo senza sottrarci cercando la spiegazione e il ragionamento ci aiuterà a connetterci alla loro funzione.

Foto di Matthew Henry di Burst

A cosa serve l’intelligenza emotiva?

Inizio col farti un esempio per entrare subito nell’argomento.

Siamo soliti considerare una persona intelligente quando è brava nei processi logici nei ragionamenti utili per essere efficiente nello studio, nel lavoro, quando è organizzata, precisa e puntuale ma quando questa stessa persona si relaziona con gli altri come sta? Come vive la relazione con i colleghi, con la sua famiglia? Come vive la relazione con l’altro sesso? Poniamo l’ipotesi che si senta bloccata. Ipotizziamo che al lavoro o in famiglia appaia come una persona tranquilla e corretta ma al suo interno viva momenti di frustrazione e rabbia trattenuta.

Possiamo considerarla una persona intelligente? Assolutamente si in quel tipo di intelligenza. Esistono tanti tipi di intelligenza e tra queste esiste anche l’intelligenza emotiva che paradossalmente è quella che trascuriamo di più perché non ci viene insegnata a scuola, nessuno ce ne parla. E’ una risorsa che abbiamo tutti ma che non usiamo, non alleniamo, non frequentiamo.

Le emozioni nella nostra società non sono considerate importanti ma sono proprio loro che guidano le nostre decisioni.

Dal punto di vista educativo sono quelle su cui si lavora di meno ma sono quelle che hanno maggior impatto sull’infelicità o felicità nella nostra vita.

Siamo molto razionali ma riusciamo a definire le nostre emozioni?

I vocaboli che usiamo per esprimere come stiamo sono in genere molto poveri. Alla domanda: “come stai?” spesso non andiamo oltre al “bene, male, così così” senza considerare che il tuo stare bene è diverso dal mio, quindi di fatto ci appoggiamo su un’idea costruita generale che però non mi dice nulla di te. Spesso alla domanda “come stai?” rispondiamo “bene” quasi meccanicamente a meno che non sia accaduto qualcosa di particolare che ci fa esprimere qualcosa di più.

Come possiamo entrare quindi più profondamente in contatto con le nostre emozioni per usarle al meglio e per vivere una vita più appagante?

Possiamo allenarci!

Come?

Possiamo iniziare ad esercitarci ad identificare e distinguere tutte le sfumature delle emozioni, in modo che col tempo potremo migliorare e quando incontreremo le persone, quando entreremo in relazione con loro sapremo come esprimere meglio i nostri stati d’animo.

Una persona emotivamente intelligente per comunicare che sta bene si esprimerà utilizzando termini diversi dal generico bene ma potrebbe dire ad esempio: sono felice, entusiasta, gioiosa, serena, grata, speranzosa, eccitata, rilassata, ispirata. Se al contrario si sentirà male si esprimerà con termini diversi dal generico male e potrebbe dire : sono arrabbiata, confusa, appesantita, addolorata, mortificata, spaventata, sconvolta..

Mettendo a fuoco le tue emozioni potrai cogliere tutte le sfaccettature.

Le persone che distinguono meno le emozioni hanno difficoltà ad attuare azioni costruttive.

Pensare che stai male, per la mente è un concetto generico e quindi utilizzerà strategie generiche per risolvere il malessere.

Perché è importante ampliare le nostre parole?

Dalle parole nascono i pensieri, le idee, i concetti che ci guidano nel mondo con le decisioni.

Ascoltare di più le tue emozioni, ti aiuterà ad essere più presente alla vita e ai tuoi desideri.