Il mito del distacco emotivo che ci rovina: “Sei troppo emotiva!”

“Se sei troppo emotiva non va bene!”

Quante volte l’hai sentito dire? Quante volte te lo sei detta tu stessa?

L’emotività è trattata come una sciagura. Se ridi sei superficiale, se piangi sei debole, se ti arrabbi sei pazza!

Vai bene solo se riesci ad essere impassibile, calma (la calma è oro puro, vero?) e soprattutto distaccata.

Il desiderio più ricorrente: “Vorrei essere più distaccata”

“Vorrei imparare ad essere più distaccata” è il desiderio che sento più frequentemente dalle mie allieve.

Donne in carriera, professioniste di successo, madri, imprenditrici. Tutte vogliono la stessa cosa: smettere di sentire così tanto.

Ma ti dico una cosa che forse non vuoi sentire: chi cerca il distacco dalle emozioni non ha capito cosa significa vivere.

E di sicuro non ha capito cosa significa vivere e lavorare pienamente.

La verità sul distacco emotivo

Prendere le distanze dalle proprie emozioni significa prendere le distanze da sé.

È semplice, matematico, inevitabile.

Le emozioni degli altri ci disturbano perché evocano le nostre emozioni personali. Evocano ricordi, esperienze, dolori che abbiamo cercato di nascondere.

Perché? Perché la porta dei sentimenti è una sola.

Se la apro, esce fuori tutto: il bello e il brutto, la gioia e il dolore, l’amore e la rabbia.

Il paradosso che non vogliamo vedere

Ecco che invece di voler imparare a capire quell’emotività, vogliamo imparare a:

  • Non sentire
  • Non farci coinvolgere
  • Bloccare tutti i sentimenti

MA continuiamo a desiderare felicità e serenità.

Vedi il problema?

L’equazione che non torna: emozioni selettive

Quello che molti non considerano è questa verità fondamentale: chi sente la felicità sente necessariamente tutto il resto. È questione di logica pura.

Se hai la sensibilità per cogliere un momento di felicità, non puoi essere insensibile ai dolori di questo mondo.

Non funziona così. Non puoi aprire la porta solo a metà. Non puoi dire “entri tu sì, tu no” alle emozioni. O sono tutte dentro o sono tutte fuori.

Come compensiamo: la società dello sfogo controllato

Il mondo vuole essere chiuso ai sentimenti. Ma gli mancano disperatamente.

E allora diventa spettatore attraverso:

I film e le serie TV

Dove possiamo piangere, commuoverci, ridere senza essere giudicati. “Sto solo guardando un film, non è roba mia.”

Le vite spettacolarizzate sui social

Dove viviamo le emozioni degli altri invece delle nostre. Dove possiamo arrabbiarci per questioni che non ci toccano direttamente.

Il tifo sfrenato nello sport

Dove è socialmente accettabile urlare, piangere, esultare, disperarsi. Dove possiamo sfiatare la pentola a pressione che tiene tutte le emozioni bloccate da anni.

La droga socialmente accettata: il lavoro totale

E poi c’è la dedizione totale al lavoro.

È come i videogiochi per i ragazzi, con la differenza che il lavoro è accettato perché è produttivo. Ma l’effetto è lo stesso:

Per non avere a che fare con i miei sentimenti:

  • Mi tengo impegnata
  • Lavoro dalla mattina alla sera
  • Non ho tempo neppure di andare in bagno (così trattengo tutto, anche i bisogni fisiologici)
  • Occupo la mente costantemente
  • Non sento quello che ho dentro

Sempre reperibili, sempre occupate

Siamo sempre reperibili, come se tutti facessimo lavori che salvano vite.

Ma la verità è un’altra: pur di non prenderci la responsabilità di salvare la nostra vita, fingiamo che il lavoro sia sempre urgente, sempre prioritario, sempre più importante di noi stesse.

La risposta che forse non vuoi sentire

Quindi a chi crede che il distacco sia la soluzione, rispondo così:

Ne avrai di tempo per essere distaccata dalle tue emozioni dopo la morte.

Nel frattempo siamo qui. Vive. Senzienti. Umane.

E forse sarebbe più utile imparare a:

  • Conoscerci di più
  • Capirci davvero
  • Fare il possibile per vivere al meglio
  • Con i piedi piantati per terra

Non in qualche fantasia di serenità olimpica dove non sentiamo nulla.

La vera forza: il coraggio di sentire

Comprendere se stessi è comprendere anche gli altri.

Vedere noi stessi è vedere anche gli altri.

La vera forza non sta nel distacco.

La vera forza sta nel coraggio di dire: “Ti sento e voglio comprenderti” – prima di tutto a noi stessi.

Emozioni e vita professionale: l’integrazione possibile

Le emozioni non possono esulare dal lavoro.

Non puoi lasciarle fuori dall’ufficio come si lascia l’ombrello all’ingresso.

Le porti con te. Sempre. Che tu lo voglia o no.

Una corretta educazione emotiva ci permette di integrare emotività e vita professionale senza:

  • Perdere professionalità
  • Sembrare deboli
  • Essere sopraffatte
  • Risultare “troppo emotive”

Come si fa concretamente?

Riconoscere che le emozioni ci sono e hanno una funzione.

Nominare quello che senti invece di reprimerlo.

Comprendere il messaggio che l’emozione porta.

Scegliere come agire, invece di reagire o bloccarti.

Comunicare in modo chiaro i tuoi bisogni professionali ed emotivi.

Non è questione di “sfogare tutto” sul posto di lavoro. È questione di non dissociarti da te stessa per otto ore al giorno.

L’intelligenza emotiva non è debolezza

Quando lavoro con professioniste di alto livello, noto sempre la stessa cosa:

Le donne che hanno paura di essere “troppo emotive” sono spesso quelle con la maggiore intelligenza emotiva.

Sentono di più. Percepiscono di più. Capiscono di più.

E invece di vedere questo come il superpotere che è, lo vivono come una condanna.

Ma dimmi: in un mondo che ha bisogno di più empatia, più connessione, più umanità, perché dovremmo aspirare a diventare robot?

La domanda vera

Non è “come faccio a essere meno emotiva?”

La domanda vera è: “Come faccio a usare la mia emotività come risorsa invece che come ostacolo?”

E questa è una domanda completamente diversa.

Con una risposta completamente diversa.

Conclusione: scegli di sentire

Puoi continuare a inseguire il mito del distacco emotivo.

Puoi continuare a seppellirti di lavoro per non sentire.

Puoi continuare a guardare le vite degli altri invece di vivere la tua.

Oppure puoi scegliere il coraggio.

Il coraggio di sentirti. Di conoscerti. Di integrarti.

Il coraggio di essere pienamente umana, anche al lavoro, anche nelle sfide, anche quando è scomodo.

Perché la vita non aspetta che tu sia pronta, distaccata, perfettamente serena.

La vita è adesso. Con tutte le emozioni che comporta.


E tu? Qual è la tua esperienza nel bilanciare emotività e vita professionale?

Raccontamelo nei commenti. Mi piacerebbe sapere come vivi questa sfida quotidiana.


Vuoi imparare a integrare emotività e professionalità?

Se senti che le tue emozioni ti ostacolano invece di aiutarti, posso accompagnarti in un percorso di educazione emotiva personalizzato.

Non per diventare “meno emotiva”, ma per trasformare quella sensibilità in una delle tue risorse più potenti.

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A cosa serve l’intelligenza emotiva?

Inizio col farti un esempio per entrare subito nell’argomento.

Siamo soliti considerare una persona intelligente quando è brava nei processi logici nei ragionamenti utili per essere efficiente nello studio, nel lavoro, quando è organizzata, precisa e puntuale ma quando questa stessa persona si relaziona con gli altri come sta? Come vive la relazione con i colleghi, con la sua famiglia? Come vive la relazione con l’altro sesso? Poniamo l’ipotesi che si senta bloccata. Ipotizziamo che al lavoro o in famiglia appaia come una persona tranquilla e corretta ma al suo interno viva momenti di frustrazione e rabbia trattenuta.

Possiamo considerarla una persona intelligente? Assolutamente si in quel tipo di intelligenza. Esistono tanti tipi di intelligenza e tra queste esiste anche l’intelligenza emotiva che paradossalmente è quella che trascuriamo di più perché non ci viene insegnata a scuola, nessuno ce ne parla. E’ una risorsa che abbiamo tutti ma che non usiamo, non alleniamo, non frequentiamo.

Le emozioni nella nostra società non sono considerate importanti ma sono proprio loro che guidano le nostre decisioni.

Dal punto di vista educativo sono quelle su cui si lavora di meno ma sono quelle che hanno maggior impatto sull’infelicità o felicità nella nostra vita.

Siamo molto razionali ma riusciamo a definire le nostre emozioni?

I vocaboli che usiamo per esprimere come stiamo sono in genere molto poveri. Alla domanda: “come stai?” spesso non andiamo oltre al “bene, male, così così” senza considerare che il tuo stare bene è diverso dal mio, quindi di fatto ci appoggiamo su un’idea costruita generale che però non mi dice nulla di te. Spesso alla domanda “come stai?” rispondiamo “bene” quasi meccanicamente a meno che non sia accaduto qualcosa di particolare che ci fa esprimere qualcosa di più.

Come possiamo entrare quindi più profondamente in contatto con le nostre emozioni per usarle al meglio e per vivere una vita più appagante?

Possiamo allenarci!

Come?

Possiamo iniziare ad esercitarci ad identificare e distinguere tutte le sfumature delle emozioni, in modo che col tempo potremo migliorare e quando incontreremo le persone, quando entreremo in relazione con loro sapremo come esprimere meglio i nostri stati d’animo.

Una persona emotivamente intelligente per comunicare che sta bene si esprimerà utilizzando termini diversi dal generico bene ma potrebbe dire ad esempio: sono felice, entusiasta, gioiosa, serena, grata, speranzosa, eccitata, rilassata, ispirata. Se al contrario si sentirà male si esprimerà con termini diversi dal generico male e potrebbe dire : sono arrabbiata, confusa, appesantita, addolorata, mortificata, spaventata, sconvolta..

Mettendo a fuoco le tue emozioni potrai cogliere tutte le sfaccettature.

Le persone che distinguono meno le emozioni hanno difficoltà ad attuare azioni costruttive.

Pensare che stai male, per la mente è un concetto generico e quindi utilizzerà strategie generiche per risolvere il malessere.

Perché è importante ampliare le nostre parole?

Dalle parole nascono i pensieri, le idee, i concetti che ci guidano nel mondo con le decisioni.

Ascoltare di più le tue emozioni, ti aiuterà ad essere più presente alla vita e ai tuoi desideri.